L’esausto

“La figura ultima dell’essere non è la postura, ma il gesto. Esso non pone né impone nulla –espone soltanto. Come nei film di Beckett, nell’incessante andirivieni di Quad o nel sognatore seduto di Nacht und Traüme, la postura si congeda e dissolve in un gesto. E come, nel gesto del danzatore, il danzabile non diventa mai danzato, cosí, nel gesto del vivente, il vivibile non diventa mai vissuto, ma resta vivibile nell’atto stesso di vivere.”

Giorgio Agamben

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Allegory of the Cave

Dr. Harrison Kleiner lectures on Plato’s Allegory of a Cave

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Thinglink

Esempi di utlizzo di THINGLINK per presentazioni

CLASSE 4 D a.s. 2017/18
Rossin S. – Sturloni – Panisi – Cascino – Rossin G.

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Applicazioni consigliate

Il prof. Gianfranco Marini ha pubblicato un articolo utile per scegliere le migliori applicazioni per creare presentazioni efficaci.
Il link all’articolo completo 

Questo l’elenco completo delle applicazioni consigliate:
  • Haiku Deck
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  • Emaze
  • Adobe Spark
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  • Glogster
  • VoiceThread
  • Creaza
  • TikiToki
  • Nawmal
  • Pixton
  • Photo Peach
  • Canva
  • Voki
  • Vectr
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Schopenhauer

Schopenhauer

GRUPPI DI STUDIO

Classe 5D  a.s. 2017/18

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Hannah Arendt

“La Banalità del Male”  (scena tratta dal film di Margarethe von Trotta link )

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È mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.
(Lettera a Gershom Scholem)


 

Hannah Arendt (Hannover, 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975) è stata una filosofa, storica e scrittrice tedesca naturalizzata statunitense. La privazione dei diritti civili e le persecuzioni subìte in Germania a partire dal 1933 a causa delle sue origini ebraiche, unitamente alla sua breve carcerazione, contribuirono a far maturare in lei la decisione di emigrare. Il regime nazista le ritirò la cittadinanza nel 1937 e rimase quindi apolide fino al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense.

Lavorò come giornalista e docente di scuola superiore e pubblicò opere importanti di filosofia politica. Rifiutò sempre di essere categorizzata come filosofa, preferì che la sua opera fosse descritta come teoria politica invece che come filosofia politica.


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La banalità del male IMG_4179

GRUPPO DI STUDIO 
Classe 5A 2015 Elisabetta Tirelli, Nicole Rastelli, Serena Taglini, Eleonora Bertoldi link alla presentazione 

 

LINK DI APPROFONDIMENTO:

Eichmann al processo in Israele riprese dal dibattimento


OLIVIA GUARALDO – Hannah Arendt : La banalità del male


Consorzio Sistema Bibliotecario Nord Ovest Milano:

PRINCIPALI OPERE E RACCOLTE DI SAGGI DI HANNAH ARENDT
(titoli italiani, varie edizioni)

Il concetto d’amore in Agostino

agostino Hannah Arendt mette qui in campo tutta la ricchezza e la complessità dell’opera di Agostino, pensatore in bilico tra due mondi, quello greco e quello cristiano, pensatore sommo e originale, impegnato in uno “sforzo tremendo”, di cui sono segno le linee interrotte del pensiero, credente per il quale non si trattò di “abbandonare le incertezze della filosofia a favore di una verità rivelata, ma di scoprire le implicazioni filosofiche della nuova fede.

 


Le origini del totalitarismo

Riconosciuto alla sua pubblicazione nel 1951 come la trattazione più completa del totalitarismo – e in seguito definito un classico – quest’opera continua da molti ad essere considerata il testo definitivo sulla storia dei regimi totalitari o – quantomeno – delle loro incarnazioni del XX secolo. Il libro inizia con una disamina delle cause dell’antisemitismo europeo nel XIX secolo, continuando poi con un esame dell’imperialismo coloniale europeo dal 1884 alla prima guerra mondiale. L’ultima parte tratta delle istituzioni e delle azioni dei movimenti totalitari, esaminando in maniera approfondita le due più pure forme di governo totalitario del XX secolo: quelle cioè realizzatesi nella Germania del nazismo e nella Russia di Stalin. L’autrice discute la trasformazione delle classi sociali in masse, il ruolo della propaganda nel mondo non totalitario (all’esterno della nazione come nella popolazione ancora non totalitarizzata) e l’uso del terrore, condizione necessaria a questa forma di governo. Nel capitolo conclusivo, la Arendt definisce l’alienazione e la riduzione dell’uomo a una macchina come requisiti necessari al dominio totale.
Per la Arendt il totalitarismo rappresenta da un lato il luogo di cristallizzazione delle contraddizioni dell’epoca moderna e dall’altro segna la comparsa in Occidente di un fenomeno radicalmente nuovo e impensato.
Le categorie tradizionali della politica, del diritto, dell’etica e della filosofia risultano inutilizzabili; quanto avviene nei regimi totalitari non si può descrivere nei termini di semplice oppressione, di tirannide, di illegalità, di immoralità o di nichilismo realizzato, ma richiede una spiegazione «innovativa».
Sarebbe quindi un errore ritenere che i regimi totalitari siano soltanto l’ultima figura della costruzione statale moderna. Lungi dal presentare una struttura monolitica, l’apparato istituzionale e legale totalitario deve rimanere estremamente duttile e mobile, al fine di permettere la piú assoluta discrezionalità. Per questo gli uffici vengono moltiplicati, le giurisdizioni tra loro sovrapposte e i centri di potere continuamente spostati. Soltanto il capo, e una cerchia ristrettissima di collaboratori, tiene nelle sue mani gli ingranaggi effettivi della macchina totalitaria.
Nelle Origini tale macchina viene smontata e analizzata pezzo per pezzo: i metodi propagandistici, le formule organizzative, l’apparato statale, la polizia segreta, il fattore ideologico e, infine, il campo di sterminio, istituzione suprema e caratteristica di ogni regime totalitario.


Il futuro alle spalle

L’obiettivo di Arendt è di sottrarre l’opera dei poeti al mestiere degli specialisti per restituirla al libero gioco della comprensione. Poesia e letteratura, infatti, riguardano tutti, aiutano a vivere, sono cose troppo serie per essere lasciate ai soli critici di professione. La maliziosa ironia di Heinrich Heine, la lotta esistenziale di Franz Kafka contro le idee della vecchia Europa si ricompongono lungo la corrente della “tradizione nascosta”, quella della coscienza ebraica, della esclusione che non rinnega la propria storia, in cui il futuro è precluso al passato. Vita Activa. La condizione umana : Le tre condizioni dell’esistenza, fondamentali per capire la “antropologia” di Arendt, corrispondono all’ambiente naturale degli individui, la Terra, e quindi l’attività del lavoro, rappresentata dall’ “animal laborans”; la seconda condizione è l’insieme di artefatti di cui l’uomo si circonda per vivere e operare nel mondo, cui corrisponde l’ “homo faber”; la terza condizione è lo spazio pubblico in cui gli individui interagiscono mediante il discorso, l’attività corrispondente è l’agire. Le tre attività compongono la “vita activa”.


Rahel Varnaghen

Scrivendo la biografia di Rahel Varnhagen (1771 – 1833), intellettuale ebrea protagonista dei salotti romantici, Madame de Stael berlinese, Arendt osserva: ” la realtà non può portare niente di nuovo, la riflessione ha già anticipato tutto “. In Arendt l’indomabile istinto intellettuale si univa ad una segreta, a volte ironica malinconia che non si rivelava. E a proposito di Rahel: ” Essere Schlemihl, sfortunata, quale Rahel si riteneva, non è mai schlimm mazzel, solo passiva malasorte “. Il sole non c’è solo per coloro che al sole voltano costantemente le spalle. E così nella signorina Rahel la battaglia contro i fatti, soprattutto contro il fatto di essere nata ebrea, diventa una battaglia contro se stessa. Tra passato e futuro : Arendt sottolinea che il tesoro della libertà dell’agire è impossibile da trasmettere in un mondo che non attribuisce senso all’agire in pubblico. E ciò è tanto più sconcertante quanti più individui si disposero alla lotta e all’agire per riappropriarsi di uno spazio pubblico che il nazismo e l’occupazione, e prima ancora la pseudo-democrazia repubblicana, avevano cancellato nella società francese. I saggi qui raccolti sono variazioni sul tema della frattura che si apre nell’esistenza e nella cultura quando l’essere umano non può aprirsi al mondo e quindi al presente. I vari tipi di crisi, dell’autorità, della libertà, dell’istruzione, persino del pensiero, sono riportati alla fondamentale lacuna dell’agire. Questa assume l’aspetto decisivo di una interruzione della tradizione.


La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme

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Un libro scomodo, perché pone domande che non avremmo mai voluto, e spesso non vogliamo ancor oggi, farci. Al suo comparire, questo libro provocò accesi dibattiti e pesanti critiche all’autrice che si era recata a Gerusalemme come giornalista al processo contro il nazista Adolf Eichmann, una delle “pedine” più solerti ed “efficienti” della “Soluzione finale”. Assistendo a quel discusso dibattimento, la Arendt scoprì la “terrificante normalità umana” del secolo delle Ideologie Organizzate. Il Male le appare banale e proprio per questo ancora più terribile: perché i suoi servitori, più o meno consapevoli non sono poi così diversi dal nostro vicino di casa. Sulla rivoluzione : In questa opera la Arendt, riflette sul successo della rivoluzione americana, manifestando al contempo la sua concezione della politica, con la chiara adesione ai princìpi che hanno ispirato la rivoluzione americana. “In una situazione internazionale che contrappone la minaccia di totale distruzione attraverso la guerra alla speranza di emancipazione di tutta l’umanità attraverso la rivoluzione, non resta altra causa se non la più antica di tutte, la causa della libertà contro la tirannide “.


La lingua materna : In questo saggio di Hannah Arendt, che è corredato da un’intervista concessa dall’autrice alla televisione tedesca nel 1964, vengono esaminate le questioni dell’esilio, dell’identità di un popolo e delle trasformazioni che nel corso dell’età contemporanea hanno sconvolto l’assetto dell’Europa e del mondo intero. La condizione umana è soggetta a continui mutamenti, spesso tragici, e l’unica possibilità inventiva, per l’autrice, consiste nella capacità di provare stupore, porre domande in un atto di solidarietà tra esseri umani.


Ebraismo e Modernità : Radicalità e solitudine è il binomio della meditazione cui Hannah Arendt ritorna costantemente in questi scritti che coprono l’arco di più di vent’anni fino al suo scambio epistolare con il grande storico della mistica ebraica Gershom Scholem che, a proposito del suo libro su Eichmann, la accusa di non amare il popolo ebraico. ” Io non amo gli ebrei ” gli risponde Arendt, ” sono semplicemente una di loro “.


La vita della mente : E’ l’ultimo libro della Arendt, rimasto incompiuto, l’ultima sua opera, il coronamento della sua “vita activa”. L’opera è divisa in tre parti (Pensare, Volere, Giudicare). Arendt si chiede nella prima parte dove si trovi l’io che pensa, quali siano il suo spazio e il suo tempo. Alla libertà è dedicata la seconda parte del volume, e cioè il problema del cristianesimo di come poter conciliare la fede in un Dio onnipotente con le esigenze del libero arbitrio.


Il pescatore di perle.

Walter Benjamin 1822-1940 – Hannah Arendt, Arnoldo Mondadori Editore, 1993

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Walter Benjamin : Arendt ci offre un ritratto tra i più intensi e significativi di Walter Benjamin, un intellettuale sui generis che secondo l’autrice riesce a rischiarare, a illuminare anche i periodi più oscuri che viviamo. Ciò che fin dall’inizio affascinò Benjamin non fu mai un’idea ma sempre un fenomeno, ” ciò che appare paradossale di ogni cosa che viene semplicemente definita bella è il fatto che appaia “.

 


 

Verità e politica.
La conquista dello spazio e la statura dell’uomo

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La menzogna va combattuta, oltre che per la sua immoralità, per il suo potenziale impatto distruttivo sullo spazio della politica. Dietro le imprese spaziali che proiettano l’uomo fuori della terra e dietro le ricerche scientifiche volte a creare la vita in provetta e a prolungare l’esistenza umana, l’autrice vede appunto profilarsi il desiderio di sfuggire alla mortalità e più in generale ai limiti inerenti alla condizione umana.

 


Che cos’è la politica?

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E’ una raccolta di frammenti scritti da Arendt intorno al tema della politica e all’idea di scrivere un’ “Introduzione alla politica”, cioè a quello che realmente è politica e ai presupposti fondamentali dell’esistenza umana con i quali il politico ha a che fare. I brani pubblicati forniscono indicazioni fondamentali sulla filosofia politica, sulla visione del mondo, sull’autonomia e originalità di Hannah Arendt. In un’epoca di miseria politica, Arendt ha ricercato le origini di una politica intesa come vita appagata e libera insieme agli altri dei quali si riconosce la diversità.

 


Ritorno in Germania

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Un saggio intenso e profondo raccoglie le impressioni, le esperienze e le conoscenze di un viaggio di ritorno nella Germania del 1949-1950. Questo testo commosso e puntuale è il tentativo di una donna sensibile di superare con la forza dell’intelligenza il dolore, l’amarezza personale e il risentimento nei confronti del proprio Paese dopo la tragica esperienza del nazionalsocialismo, della seconda guerra mondiale e della Shoah.

 


L’immagine dell’inferno

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I tre saggi compresi in questo libro costituiscono passaggi cruciali di quella riflessione sull’Olocausto che porterà Arendt alla stesura di “Le origini del totalitarismo”. Di fronte ad un evento che sfidava le capacità di comprensione, Arendt seppe formulare, per la prima volta, con un rigore ineguagliato, le domande che ancora oggi ci inquietano: come è potuto succedere? Quali meccanismi di disumanizzazione sono stati messi in atto per poter rendere “normale” lo stermino di massa? I campi di concentramento appaiono a Arendt come l’esito più estremo, ma anche più conseguente, del totalitarismo come forma inedita di governo, intesa a sperimentare la cancellazione della spontaneità e della pluralità umane e capace di creare nei sudditi un’obbedienza e una mentalità conformistica disposte ad accettare qualsiasi orrore. La disobbedienza civile e altri saggi : I temi sono quelli dell’obbligo politico e della partecipazione, visti nella loro connessione col problema della libertà. Sulla scia di un nuovo kantismo delineato dalla “Critica del Giudizio”, Arendt formula un’analisi dell’azione innovativa e sempre rivoluzionaria, nei termini del principio della libertà pubblica, dello spirito pubblico e della pubblica felicità.


L’angelo della storia

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Chi fu Walter Benjamin? A questa domanda poteva forse dare risposta solo Hannah Arendt. Lo aveva conosciuto e frequentato a Parigi, negli anni d’esilio dalla Germania nazionalsocialista, prima che ponesse fine alla sua vita in Spagna nella fuga verso gli Stati Uniti, diventando un simbolo del tragico destino dell’ebraismo tedesco nel Novecento. Quando pubblicò un celebre saggio sull’amico nel 1968 – qui per la prima volta tradotto dalla versione originale tedesca – molte pagine erano dedicate alla biografia non già per ricercare motivi all’origine del suo pensiero, bensì per risalire alle cause della sua fama postuma. Scritti su letteratura ed estetica venivano riletti alla luce della critica politica, scoprendo intenti maturati dal confronto col marxismo dietro agli aspetti filosofici e religiosi rilevati fino ad allora dagli interpreti. Un’accusa che all’epoca si trasformò in polemica sullo sfondo dell’antagonismo tra capitalismo e comunismo, che richiedeva nuove soluzioni al problema della libertà dell’uomo d’imprimere un senso alla sua storia di catastrofi e non di progresso tra politica e teologia. Quel saggio dal lapidario titolo “Walter Benjamin” contribuì come nessun altro alla fortuna di un pensiero che accoglieva impulsi dalla metafisica per affrontare questioni della politica, come abbozzato nella serie di tesi “Sul concetto di storia”, tradotte qui dal manoscritto originale affidato all’amica e presto riconosciute come suo testamento spirituale. Oltre alle loro lettere (1936-1940) sono raccolti in questo volume anche i principali documenti sulle discussioni che si accompagnarono alla riscoperta di un autore che continua a rivelarsi nella sua inattualità perché guardò oltre ogni attualità.


 

socrate


 

marx

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Protetto: La Filosofia spiegata con le serie tv

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Protetto: Come costruire una tesina

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Protetto: Lezione: PLATONE

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Relazione conferenza

CONFERENZA “LOGICA DEL CORPO”
27.11.17 Fonderia 39

Relazione di Vannini Agnese 5D a.s. 2017/18

Conferenza tenuta dal Prof. Enrico Pitozzi
Performance di danza “Anatomia”
Approfondimento sul coreografo RUDOLF VON LABAN :

BIOGRAFIA

Danzatore, coreografo, maître de ballet e teorico della danza ungherese (Bratislava 1879-Weybridge, Surrey, 1958). Di formazione eclettica, dopo il collegio militare a Wiener Neustadt (1899) studiò arti visive a Monaco e all’Ècole des Beaux-Arts di Parigi. Fin dal 1910 si era dedicato alla sperimentazione di forme coreografiche indipendenti dalla forma e dalla struttura musicale, allo studio degli antichi sistemi di notazione della danza, delle teorie di J.-G. Noverre e di quelle, contemporanee, di È. Jaques-Dalcroze.. Nel 1913 apre a Monaco l’Atelier für Tanz und Bühnenkunst Rudolf Laban de Varalias.

Trascorre gli anni della guerra a Zurigo, dove aderisce alla massoneria e stabilisce numerosi contatti con il movimento dadaista. Al termine del conflitto torna in Germania dove, dal 1919 al 1938, avvia una vastissima opera di diffusione e sviluppo delle proprie teorie sulla danza.

Apre e dirige numerose scuole, fonda il primo Istituto Superiore di Studi Coreografici (a Würzburg, 1925, poi trasferito a Berlino, 1927), svolge un’intensa attività di danzatore e coreografo con la Tanzbühne Laban e con la Kammer Tanz-bühne e come coreografo ospite o maître de ballet in importanti istituzioni e teatri. Sostenitore e fautore del ruolo della danza all’interno di ogni comunità umana, promuove la formazione di un gran numero di “cori in movimento” , concepiti per interpreti non professionisti ma guidati da artisti professionisti.

In quegli stessi anni Laban viaggia e tiene conferenze in tutto il Centro-Europa, è attivo come ricercatore, nel campo del movimento e della notazione del movimento, pubblica numerosi testi di grande valore teorico fra i quali il fondamentale Die Welt des Tänzers (1920) e Choreographie (1926), sulla notazione della danza.

Nel 1928 fonda una rivista specializzata, Schrifttanz, e a Essen presenta la prima versione completa del suo sistema di notazione della danza, la Kinetographie Laban.

Nel 1934 è nominato responsabile per tutta la Germania delle attività di danza; ma poi i nazisti prendono a perseguitare il pensiero e le attività di Laban costringendolo a lasciare il Paese.

Approdato nel 1938 in Gran Bretagna, Laban si stabilisce in un primo momento a Dartington. 

Negli anni della guerra, in collaborazione con l’imprenditore F. C. Lawrence, pubblica Effort (1941), uno studio sulle applicazioni dei suoi principi al lavoro industriale, ed è consulente di diverse aziende. La possibilità di applicazione al teatro di prosa delle sue teorie sul movimento suscita largo interesse. La sua ex allieva e compagna Lisa Ullmann apre nel 1946, a Manchester, l’ Art of Movement Studio, presso il quale Laban può proseguire la propria attività di insegnante.

Negli anni Cinquanta le teorie di Laban sul movimento si diffondono rapidamente all’interno delle istituzioni scolastiche del Regno Unito e la modern educational dance entra a far parte dei programmi di molti istituti secondari nonché di numerosi colleges. Due diverse compagnie, lo Young Dancers Group (fondato nel 1948) e il British Dance Theatre (fondato nel 1950), operano in quegli anni dirette da suoi assistenti ma sotto la sua personale supervisione, proseguendo la sperimentazione delle sue teorie sul piano creativo.

LA SUA DANZA

Nel clima della Korpercultur, Laban elabora un nuovo concetto di danza, estetico ma anche etico: attraverso il movimento di un corpo libero e naturale, l’uomo migliora la propria espressione e, unendosi in coro, incontra quindi l’altro. L’estetica e la pedagogia labaniana maturano a dal 1913 a Monte Verità dove in un mondo anarchico e naturalista Laban viveva con i suoi seguaci dando vita alla Danza Libera, che non significava danza anarchica, sganciata da leggi, ma movimenti basati su elaborate teorie di spazio e di tempo tanto da poter parlare oggi di scienza labaniana. Disciplina di movimento che Laban ricerca in contrapposizione della danza accademica considerata da lui disciplina di posizioni.
La sua novità, rispetto alle ricerche di suoi contemporanei come Dalcroze, sta nell’assoluta superiorità della danza rispetto alle altre arti. Tra il 1927 e il 1928 in Germania vengono organizzati due congressi nazionali in cui emergono divergenze all’interno degli esponenti della danza tedesca che causano uno strappo fra la corrente di Laban, favorevole ad una sintesi tra la danza accademica e la danza moderna, e la corrente della sua allieva Mary Wigman portabandiera delle giovani generazioni e sostenitrice dell’assoluta autosufficienza espressiva e tecnica della danza moderna tedesca.

Le sue Teorie sul movimento elaborate sono raccolte sotto i termini di Eucinetica e Coreutica esemplificate attraverso l’uso dell’ icosaedro, una figura solida geometrica, appositamente costruita, costituita da venti triangoli equilateri , che racchiudeva in se le tre dimensioni spaziali: lunghezza, larghezza, profondità. Doveroso è citare il sistema di notazione dei movimenti del corpo elaborato da Laban tra il ’25 e il’30 chiamato Labanotation negli Stati Uniti, Kinetography nel Regno Unito e Cinétographie in Francia. Sistema costruito intorno ai quattro fondamentali elementi costitutivi del movimento: spazio, tempo, peso, flusso. Nonostante la sua dichiarata predilezione per una danza assoluta, in ambito coreografico Laban ha coltivato anche altre direzioni di ricerca approdando qualvolta in un’idea di teatro totale fondato sull’ unione di danza, suono e parola

I 4  FATTORI DI MOVIMENTO

 Spazio (S): direzione e livelli dei passi e dei gesti; cambio di fronte; estensione dei passi e dei gesti; forma dei gesti. Tempo (T): rapido e lento nei gesti e nei passi; ripetizione di un ritmo; tempo di un ritmo. Peso (P): tensione forte o debole; posizione degli accenti; fraseggio risultante da periodi accentati e non accentati. Flusso (F): scorrevole; interrotto; arrestato.

E’ un fatto meccanico che il peso del corpo, o di ogni sua singola parte, possa essere sollevato e trasportato in una determinata direzione dello spazio, e che questo processo richieda un certo lasso di tempo, in rapporto alla velocità. Le stesse condizioni meccaniche possono essere osservate in ogni controspinta che regola il flusso del movimento.

Il fluire è il normale svolgersi del movimento, come quello di una corrente fluida, e può essere più o meno controllato.

Spazio, tempo, peso e flusso sono i fattori di movimento attraverso i quali la persona che si muove adotta un particolare atteggiamento, che, a seconda dei casi si può descrivere come: un atteggiamento flessibile e lineare nei confronti dello spazio; un atteggiamento di prolungazione o di abbreviazione nei confronti del tempo; un atteggiamento rilassato o energico nei confronti del peso; un atteggiamento di liberazione o di contenimento nei confronti del flusso.

Il fattore di movimento spazio può essere associato alla facoltà umana di partecipare con attenzione. In questo caso, la tendenza predominante è quella ad orientarsi e a trovare una relazione con la materia d’interesse o in un modo subitaneo e diretto o in uno circospetto e flessibile.

Il fattore di movimento tempo può essere associato alla facoltà umana di partecipare con decisione. Le decisioni possono essere prese inaspettatamente e all’improvviso, lasciando andare una cosa e rimpiazzandola con un’altra in un preciso momento, oppure possono svilupparsi gradualmente, mantenendo una delle condizioni precedenti per un certo periodo di tempo.

Il fattore di movimento peso può essere associato alla facoltà umana di partecipare con intenzione. Il desiderio di fare una determinata cosa può far presa in una persona talvolta con forza e fermezza, talaltra delicatamente e con leggerezza.

Il fattore di movimento flusso può essere associato alla facoltà umana di partecipazione con precisione o, detto altrimenti, progressione. Si tratta della capacità di accordarsi al processo di realizzazione, cioè di relazionarsi all’azione. Si può controllare e vincolare il flusso naturale di questo processo o lasciare che scorra libero e senza ostacoli.

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA

Biografia: http://www.sapere.it/enciclopedia/Laban%2C+Rudolf.html

I 4 fattori di movimento:  tratti dal libro “L’arte del movimento” di Rudolf von Laban

La sua danza: http://www.danzasi.it/rudolf-laban-scienziato-della-danza-libera/

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