DENTRO FUORI

“Corps et Imaginaire” Séminaire n°2 –
Roland Huesca avec Jean Luc Nancy

Estratti di un’ expeausè
Trascrizione di Ezster Horvath

Traduzione in italiano di Roberto Fantuzzi

In un certo qual modo la conferenza potrebbe limitarsi a questo:

Dentro? Fuori? Ecco due immagini: si potrebbe domandare a tutti, qual è il dentro? Qual è il fuori?

Avete già capito che si potrebbe dire allo stesso tempo “questo è il dentro, questo è il fuori”, così come si potrebbe dire esattamente il contrario.

Tuttavia, è evidente che in questa Leda di Leonardo da Vinci ci sono più “dentro” di quanti ve ne siano nella, bisogna pur dirlo, molto bella e molto dettagliata radiografia, che mostra non solamente lo scheletro, ma anche i muscoli e i dettagli del corpo, al punto che si ha ancora di più l’impressione di essere dentro.  Ma ciò che rende maggiormente il dentro, l’interiorità, se volete l’anima, la vita, nel disegno di Da Vinci, che ne rende molto di più, incommensurabilmente di più, non è solamente il fatto che è visto dall’esterno, ma che è visto da un artista.

In effetti, ci si può domandare dove, quando e come un corpo è quello che è, cioè a dire, propriamente, il fuori di un dentro – perché è questo che ci aspettiamo da un corpo: che sia un fuori di un dentro, che traduca, esprima ed esponga il dentro.

Dove? se non, forse, sempre, necessariamente, attraverso una… – come si può chiamare questo, perché non ci sono rappresentazioni – …attraverso una “presa”, un “afferramento”, che chiamiamo artistico o estetico?

In fondo, che cos’è che si chiede ad un artista?

Non gli si chiede mai di rappresentare esattamente quel che si può vedere, gli si domanda di farci sentire qualcosa, di farci provare qualcosa che chiameremo della vita, dello spirito o dell’anima, dell’interiorità, etc – dell’anima…diciamo dell’anima…

Forse che un corpo tutto solo ci mostra dell’anima?

Sì, senza dubbio, a condizione che si guardi quel corpo con un certo sguardo, che sia disposto a scorgervi l’anima.

Com’è uno sguardo che può vedere l’anima? Non è uno sguardo radiografico. E’ uno sguardo che guarda lo stesso corpo, gli stessi capelli, la stessa pelle, i suoi tratti, il suo aspetto, etc… il più piccolo dettaglio della sua pelle, del suo atteggiamento, del suo portamento, le sue più piccole imperfezioni nei volumi e sulla superficie.

Può darsi che sia già l’anima…

Sicuramente, è già l’anima…

Che cos’è che facciamo sempre, tutti i giorni? Non parlo di cose misteriose, ma dell’esperienza quotidiana, la più banale: quando incontriamo qualcuno che non conosciamo, che vediamo in autobus, lungo la strada…non lo vediamo mai senza essere in rapporto con la sua anima.

Perché chiamo questo anima? Perché l’anima, che è diventata per noi, per tutta una serie di ragioni (sulle quali dovremo ritornare) e di avventure della storia, una sorta di piccola sostanza immateriale o appena materiale, un vapore che uscirebbe dalla nostra bocca con il nostro ultimo respiro – quanto ad essa è stata rappresentata in certi quadri nel medioevo e quest’”anima” ha avuto la forma di un corpo. Se non avesse avuto la forma di un corpo, che forma avrebbe avuto? Non avrebbe avuto alcuna forma…

Ora, l’”anima”, quell’anima che chiamiamo così, sempre in greco, “psiché”, nelle nostre parole come psicologia, psicanalisi etc, psiché, la stessa psiché che ha dato il suo nome a un certo tipo di specchio, è, molto semplicemente, la forma di un corpo organizzato, dice Aristotele.

La forma di un corpo organizzato, è questa l’anima, un corpo organizzato, vale a dire che è la forma di tutti i corpi organizzati, di tutti i corpi viventi.

Aristotele non dice assolutamente che l’anima sia qualcosa che è dentro. Dice che è la forma. Se guardate la forma di un lombrico, di un pollo, di una mucca, di uno scimpanzé, di un essere umano, vedrete la sua anima. Vedrete la sua anima, vale a dire, la sua animazione. Psiché – o se preferite il soffio: l’animazione.

L’animazione è ciò che accade in un disegno animato, un disegno che si muove…perché chiamiamo animato il disegno animato? Perché è visibilmente del disegno che si tratta, non della foto, del disegno che non è l’afferramento della realtà, ma una rappresentazione che si muove, che parla – e noi siamo tutti dei disegni animati. Salvo che il nostro disegno, la formazione della nostra forma, fatta di minimi dettagli, siamo noi a farlo.

Noi: ogni volta un certo melange che si forma, in un certo momento, da due cromosomi, che sono costituiti da una serie di geni, etc…, che vanno a comporre un insieme ogni volta unico, in ogni caso, molto probabilmente unico.  Due insiemi di geni combinati allo stesso modo, che hanno subito un certo numero di modificazioni genetiche, mutazioni, e che a un certo punto formano una certa unità. Questo da luogo a un certo corpo, e un giorno questo corpo, che si è sviluppato all’interno di una matrice, dalla quale è contemporaneamente dipendente e indipendente, prende una forma, una configurazione: a un dato momento esce, si separa, e…come dice Hegel, “con un urlo”, accede alla vita.

E’ suggestivo che l’abbia detto Hegel, per questo tutti lo dicono, si tratta del grido sul quale molto è stato detto e molto può essere detto ancora: il grido primordiale. Hegel lo nomina perché sa bene che è il primo rapporto con il mondo esterno, che avviene con la respirazione aerea – il bambino non riceve più l’ossigeno dal sangue della madre. Accede al fuori. Ormai “è” fuori.

E’ fuori, e non è che il suo “dentro” sia ormai esposto “al di” fuori, è lui stesso che è nel fuori, è  “al di fuori” – questa è la prima cosa che vuol dire il grido della respirazione. Egli è “al di” fuori.

Si può dire che nel ventre della madre sia già stato, malgrado tutto, e in ogni caso, in un certo modo “al di” fuori. Allo stesso tempo lui stesso è un fuori per la madre e un fuori che è dentro di lei, ma che è per lei un fuori, che in lei si separa, e non solamente alla nascita. Si separa quando si concepisce, se posso dire che egli “si” concepisce.  Perché essere concepito è anche concepire “sé”, non solo la madre e il padre hanno deciso di concepirlo. Talvolta non si decide per niente. Il bambino “si decide” con un’auto-determinazione che non è quella di un soggetto – e di cui mi piacerebbe dire che non sarà mai, forse, quello a cui si ama rinviare quando si pensa ad un soggetto.

Dunque, fuori, volendolo dire semplicemente, “non essere nella consustanzialità o nella co-naturalità di, o con un’altra identità”. Essere fuori non è nient’altro che questo.

In effetti, c’è una difficoltà reale nel determinare se e quando un embrione è un individuo autonomo, che  merita, di conseguenza, il rispetto dovuto a una vita individuale. Bisogna dire che la difficoltà reale deriva dal fatto che dal momento in cui si è al primo stadio di un embrione, si ha un’identità – identità che è allo stesso tempo in formazione e sarà, forse sempre, eternamente in formazione.

Questa identità, che siamo pronti a presentarci come la presenza a sé e in sé della pallina iniziale, fa si che cominci a dividersi moltiplicandosi, in una correlazione interna tale che inizi a svilupparsi secondo delle potenzialità, delle regolarità, che appartengono alla specie di cui fa parte. Quel che siamo pronti a rappresentarci da subito come un’interiorità, in realtà non è che un’esteriorità: “altra cosa” rispetto alle due cellule iniziali, altra cosa rispetto all’insieme organico, cioè alla madre nella quale prende posto.

E’ qui che, interamente raggruppato in questo momento iniziale, il dentro non è quello che è, del dentro, una possibilità del dentro e allo stesso tempo una realtà del dentro (poiché c’è un’interiorità, dei cromosomi, ad esempio) – non è quel che è, non è che il dentro in quanto fuori, in quanto è altro da, “fuori di” tutti gli altri concatenamenti, correlazioni, di tutte le altre organizzazioni di qualsiasi altro organismo.

Cosa vuol dire l’opposizione dentro/fuori? Come tutte le opposizioni, non vale che in quanto opposizione, cioè, come un termine in rapporto all’altro: dentro/fuori, caldo/freddo, uomo/donna…e anima/corpo è la stessa cosa, ma in una maniera ancora più complicata rispetto a quella che rinvia a delle misure esterne.

Dunque, primo punto: un dentro organico è innanzitutto un fuori per tutti gli altri organismi.

È, forse, importante avere una certa coscienza o un sentimento della sua nascita, del concepimento, al di là dei suoi genitori, del suo passato. Questo diviene rapidamente vertiginoso, e lo è proprio! Ricordate la seconda topica di Freud, l’enorme massa di Questo comparata al piccolo me. L’enorme massa di questo è qualcosa che ha del fantastico, niente che possa essere designato come una genealogia, ma qualcosa di enorme, l’umanità intera – “io” sono giusto un puntino, un’escrescenza sulla sua superficie.

Abbiamo preso l’abitudine di separare questa separazione e di chiamarla “anima”, che sarebbe come la faccia interna, il dentro dunque di questo fuori psichico, che sarebbe meno importante, nient’altro che materia, infine polvere, come la chiesa cristiana ripete, del resto a giusto titolo – siamo polvere e ritorneremo polvere… e tra queste due specie di piccole escrescenze che si presenta, si organizza e si anima per sé-stessa.  

Abbiamo preso l’abitudine di separare questa separazione come una forma ideale, inconsistente nel senso materiale del termine e, molto rapidamente, l’abbiamo identificata come “anima”: un’identità, un’individualità, per dirlo con i termini del pensiero moderno, un ego – ego che in latino designa l’autonomia.

Descartes dice “ego sum, ego existo”. Io non dico assolutamente “penso, dunque sono” – questo non è nelle “Meditazioni”, è una formula pedagogica. La vera formula filosofica è “ego sum, ego existo”: io sono, io esisto.

Abbiamo letto male Descartes: abbiamo preso anche l’abitudine di pensare questo “io”, che dice “io sono, io esisto”, come se fosse l’anima, il dentro. Allora, che cos’è che dice Descartes? Descartes impiega i due verbi latini, ego sum, ego existo, usa questo doppio “io sono”, e quando si ha il bisogno di raddoppiare c’è sempre una ragione. Bisogna sapere che Descartes si situa abbastanza vicino al latino scolastico, del pensiero scolastico, per comprendere cosa vuol dire: “existo” significa “io sono realmente, effettivamente nel mondo”.  Forse dà ad “io esisto” lo stesso valore che Heidegger gli vuole dare quando scrive “ek-sister”, essere veramente nel fuori, ecco cosa significa la duplicazione “ego sum, ego existo”.

E’ la proposizione che contiene la presupposizione più stravagante, cioè, che tutto può essere illusorio, niente che ci possa scuotere.  E’ ciò che resta quando dico: tutto può essere illusorio. Quello che non è illusorio: io sono fuori, io sono me stesso, non semplicemente nel fuori, ma il fuori. Io sono qui, fuori. Dicendo “io sono fuori”, non affermo un’interiorità, non sono io, René Descartes, ma tutti possono dirlo – e d’altronde Descartes risponde a qualcuno che gli chiede di provarlo: è un’evidenza così originaria che se non la si ha, non si può fare niente.  Non ci sono delle prove, non è qualcosa che si possa dimostrare. Qualcosa di evidente non si dimostra…

Siamo anche abituati a pensare che Descartes ponga a questo punto la questione dell’anima: che cos’è che io sono: una cosa che pensa – io penso, io sono pensante, dunque, io sono un’anima. Bisogna rileggere a questo riguardo le Meditazioni. Descartes dice: che cos’è una cosa che pensa? E’ una cosa che vuole, che immagina, che concepisce… e l’ultima parola della serie è… e che sente…che sente. Com’è che si sente?

Potete sentire qualcosa senza essere fuori?

Pensare una cosa che pensa è pensare una cosa che è in un rapporto con altre cose, che è in rapporto con il fuori. Sì, si direbbe che l’anima pensante sia ciò che è in rapporto con il fuori… Attraverso cosa si ha un rapporto con il fuori?  …qui, siete già nel corpo. Non potete dire esisto senza che questo esisto non sia per se stesso, intrinsecamente, un corpo.

L’anima di Descartes è più corpo che anima.  Lo dice lo stesso Descartes.

Questo non lo dice nelle Meditazioni, ma nella corrispondenza con la principessa Elisabeth, tuttavia, già nelle Meditazioni ci sono le premesse. Descartes dice che “l’anima non è nel corpo come un pilota nella sua nave” – perché l’anima non c’è!  Eclatante, perché questa storia del pilota e della nave circola spesso nella coscienza comune in modo irriflesso, ambiguo, e infine si è pronti a pensare che proprio l’anima sia come il  pilota di una nave, ma Descartes non lo dice, proprio non lo dice! E quando Elisabeth gli chiede di spiegare un po’ meglio come questo avvenga tra l’anima e il corpo, Descartes dice: “vi chiedo di pensare  all’anima come ad una forma di materia talmente sottile da poter essere diffusa in tutto il corpo.”

Dunque, l’anima di Descartes è materiale.

Questo sorprende. Eppure è “fondamentale”.

D’altronde Descartes aggiunge: la distinzione dell’uomo come essere puramente pensante e come corpo puramente esteso, è una distinzione preliminare, anteriore, che bisogna avere, o che deve essere ben presente – è a questo che le Meditazioni sono consacrate – per comprendere come si possa avere una conoscenza del corpo in quanto esteso, proprio del corpo ridotto all’estensione, dunque ridotto alle figure e al movimento. Del corpo non solamente come oggetto che mi è esterno, davanti a me, ma di un’esteriorità totale. Il corpo esteso è esteriorità, ciò che chiama “partes extra partes”, parti esteriori in rapporto tra loro.

In effetti, si ha dell’esteso quando tutte le parti sono esterne le une alle altre.

Ma Descartes sa molto bene che le parti di un corpo organizzato, per dirla con Aristotele, sono interne le une alle altre. Questa interiorità delle parti di un corpo vivente, di un corpo organizzato, implica nella sua stessa materialità quel che è chiamato ”anima”, cioè a dire, la possibilità di entrare in un certo numero di rapporti con il fuori.

Perché c’è infatti un fuori, il fuori di questo corpo qui – è la separazione di cui ho parlato poco fa…

Ciò che Descartes dice, non è diverso da quello che Aristotele afferma dell’anima come forma di un corpo organizzato. Contrariamente a quello che siamo talmente abituati a immaginarci, non c’è un solo filosofo che abbia detto il contrario. Nessuno… Potete cercare, ricercare, guardare. Spinoza, per esempio. Spinoza, cartesiano da questo punto di vista, che sembra aver anche stabilito una differenza sostanziale tra il corpo e l’anima, lo spirito, Spinoza come Leibniz, d’altronde, e tutti i grandi cartesiani, ciascuno a suo modo, fanno degli sforzi considerevoli, prodigiosi, per trovare il modo di dire almeno che l’anima e il corpo si corrispondono punto per punto. La famosa proposizione di Spinoza che si cita sempre, che piace così tanto alla nostra coscienza moderna, “non sappiamo nulla di ciò che può un corpo” – vuol dire, a ben vedere, “non sappiamo nulla di ciò che può un corpo” poiché niente riesce a pensare sufficientemente fino a che punto un corpo è sempre in una corrispondenza puntuale con un’anima o uno spirito…

C’è tutta una storia di negazione del corpo nella filosofia, che comincia con Platone, con l’affermazione che il corpo è la prigione dell’anima. Sì, certo, ma anche in Platone c’è un motore dinamico del pensiero e del desiderio di saggezza, dell’Eros, e, in effetti, l’Eros platonico è fisico…

La filosofia non ha mai voluto condannare il sensibile, ha voluto comprenderlo – perché ad un certo punto  è diventato incomprensibile. Perché? Nella civiltà che ha preceduto la civiltà greco-romano-judaico-moderna, non ci sono in generale molti problemi che riguardino l’anima e il corpo, pochi problemi riguardanti la sensibilità come un ambito che sarebbe oscuro, confuso, etc. – proprio il contrario.

Ci sono delle culture nelle quali la questione non si pone nemmeno, il sensibile è come tale intelligibile. Si può fare allora un’operazione analoga a quella che ha fatto Levy-Strauss, che ha trovato la magnifica formula di “pensiero selvaggio”: Levi-Strauss spiega che nelle civiltà del mito, a pensiero non scientifico, non razionale nel senso moderno, ciò che chiama appunto “pensiero selvaggio” è un pensiero così ingegnoso, rigoroso, produttivo, operativo, etc., quanto il pensiero razionale, ma che procede in modo completamente diverso. Attraverso il melange di conoscenze empiriche e tramite l’attribuzione di valori mitici o sacri a delle qualità sensibili. Queste sono delle culture nelle quali un corpo è innanzitutto carico di significato, in queste culture il corpo è carico di segni – tatuaggi, deformazioni di labbra, orecchie, e chiaramente di organi sessuali, di segni che rimandano ad un altro portamento o presenza del corpo.

Ma la nostra civiltà, quella della filosofia, appare quando tutto il funzionamento del mito-sacro si dissolve e scompare.

Allora il sensibile è diventato un problema, il corpo è diventato un problema, quando il corpo è diventato, direi, uno schermo. “Che cosa c’è dentro?”, questione che non ha senso in altre culture…

Tendenzialmente, abbiamo dissociato il senso o la significazione del corpo e la sua esistenza… ma, allo stesso tempo, succede che nella filosofia sia stata confutata la prova ontologica dell’esistenza di Dio, in Kant, e si sia confutata anche la possibilità di concepire un ego, un’anima, un soggetto immortale – tre cose contemporaneamente: Dio, anima immortale, mondo come totalità; tre idee metafisiche che sono smontate da Kant. … e a partire da Kant si nota un interesse crescente del pensiero per il corpo, per il sensibile, anche in Hegel.

Notate l’importanza considerevole che Nietzsche accorda al corpo: ritrova la più insistente, la più viva delle esigenze di pensare in funzione di ciò da cui procede il pensiero, cioè dal rapporto con un fuori, fuori di qualcosa che non è pertanto un dentro, qualcosa di cui il dentro non è costituito che dal suo essere fuori. Il vivente in generale è già rapporto con il fuori, e il pensiero non è nient’altro che il fatto di essere davanti al fuori, non dentro rispetto al fuori, ma di porsi come se avesse il fuori davanti. Non c’è pensiero che non sia in rapporto al fuori.

Da cosa comincia un corpo? Che cosa fa la corporeità di un corpo? E’ la membrana, la pelle. Riflettete un po’ su cos’è la pelle…  

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Immagine mondo

“Se l’immagine e non la verità fosse la porta stretta attraverso la quale l’uomo accede all’Aperto? E se la vera differenza ontologica dell’uomo non consistesse né nel suo essere razionale né nella sua capacità di parola, ma nel suo essere welbildend, l’immaginatore di mondi? …Se l’articolazione del pensiero fosse solo l’apertura di un contraccolpo dell’apertura dell’immagine?”

“…Quel che manca, oggi, non è una modalità di previsione ancora più complessa, capace di prevedere qualunque scenario possibile; quel che ci manca è la capacità di accettare che il mondo sia non solo il luogo del possibile e di tutti i possibili ma anche il luogo dell’impossibile, dell’immagine imprevista. Il mondo non è il creato, secondo causa ed effetto, ma il creatore infinito di immagini.”
p.28 e p43 –L’insieme vuoto di Federico Ferrari

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Biografia e bibliografia di Jean Luc Nancy

Settembre 2018

Festival della filosofia di Modena 2018

NancyJean-Luc. – Filosofo francese (Caudéran 1940). Laureato in filosofia a Parigi nel 1962, pubblicò dei lavori su Kant, Marx e Nietzsche. Nel 1968 N. divenne assistente presso l’Istituto di filosofia di Strasburgo. I principali argomenti filosofici che ha affrontato riguardano le problematiche politico-sociali, le modalità di sviluppo e costruzione della società e la coesistenza degli individui nella società moderna.

Fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-luc-nancy/


Bibliografia
Jean-Luc Nancy

Il titolo della lettera, Astrolabio, 1981
La comunità inoperosa, Cronopio, 1992
Il mito nazi (con Philippe Lacoue-Labarthe) Il melangolo 1992
Un pensiero finito, Marcos y Marcos, 1992
La partizione delle voci: verso una comunità senza fondamenti, Il Poligrafo, 1993
L’essere abbandonato, Quodlibet, 1995
Corpus, Cronopio, 1995
L’etica originaria di Heidegger, Cronopio, 1996
Il senso del mondo, Lanfranchi, 1997
L’inquietudine del negativo, Cronopio, 1998
Luoghi divini, Il poligrafo, 1999
L’oblio della filosofia, Lanfranchi, 1999
L’intruso, Cronopio, 2000
L’esperienza della libertà, Einaudi, 2000
Essere singolare plurale, Einaudi, 2001
Corpus (2° ed.), Cronopio, 2001
Il ritratto e il suo sguardo, R. Cortina, 2002
Il c’è del rapporto sessuale SE 2002
Visitazione (della pittura cristiana), Abscond its, 2002
Un pensiero finito (2° ed.), Marcos y Marcos, 2002
La città lontana (con una conversazione per l’edizione italiana), Ombre corte, 2002
La pelle delle immagini (con Federico Ferrari), Bollati Boringhieri, 2003
La comunità inoperosa (3° ed.), Cronopio, 2003
Coeur ardent, Mazzotta, 2003
Il pensiero sottratto, Bollati Boringhieri, 2003
All’ascolto, Cortina, 2004
Abbas Kiarostami. L’evidenza del film, Donzelli, 2004
Noli me tangere: saggio sul levarsi del corpo, Bollati Boringhieri, 2005
Sull’agire. Heidegger e l’etica, Cronopio, 2005
Ritratti/Cantieri (con P. Lacoue-Labarthe e N. Faure), Le carìti, 2005
Le Muse, Diabasis, 2006
Cronache filosofiche, Nottetempo, 2006
Iconografia dell’autore (con Federico Ferrari), Sossella editore, 2006
Un silenzio interiore. I ritratti di Henri Cartier-Bresson, Contrasto Due, 2006
In cielo e in terra: piccola conferenza su Dio, Sossella editore, 2006
58 indizi sul corpo, Consorzio, 2006
Festivalfilosofia
Del libro e della libreria Cortina 2006
Claudio Parmiggiani: l’isola del silenzio U. Allemandi 2006
Il giusto e l’ingiusto Feltrinelli 2007
La nascita dei seni R. Cortina 2007
Del contemporaneo: saggi su arte e tempo (AA.VV.), B. Mondadori, 2007
Tre saggi sull’immagine, Cronopio, 2007
La dischiusura: Decostruzione del cristianesimo 1, Cronopio, 2007
Imperativo categorico
Ego sum Bompiani 2008
Le differenze parallele: Deleuze e Derrida, Ombre corte, 2008
Il peso di un pensiero, l’approssimarsi Mimesis 2009
Cascare dal sonno, R. Cortina, 2009
Verità della democrazia, Cronopio, 2009
Indizi sul corpo, Ananke, 2009 (pdf)
Sull’amore, Bollati Boringhieri, 2009
M’ama non m’ama, Utet, 2009
Fantastico fenomeno Consorzio per il Festivalfilosofia, il 2009
Corpo teatro, Cronopio, 2010
Una fede in niente ma totale (di Claudio Parmiggiani)
Le Lettere 2010
Conversazioni sul cinema (di AA.VV.), Pellegrini, 2010
Fausto De Petra – Comunità, comunicazione, comune da G. Bataille Deriveapprodi 2010 a J.L. Nancy
DHEL*: la nascita della felicità Compagnia della 2011
Stampa Massetti Rodella
Chance: fortuita furtiva fertile, Consorzio per il 2011
L’adorazione: decostruzione del cristianesimo 2 Cronopio 2012
L’altro ritratto Electa 2013
Politica e “essere-con”: saggi, conferenze, conversazioni Mimesis 2013
Scritture della creazione: in dialogo con M. Blanchot e J.L. Nancy, ETS, 2013
Prendere la parola, Moretti & Vitali, 2014
Corpo dell’arte, Mimesis, 2014
Dov’è successo, Youcanprint, 2014
L’altro ritratto, Castelvecchi, 2014
Non toccarmi, EDB, 2015
Ebbrezza, Mimesis, 2015
L’equivalenza delle catastrofi: dopo Fukushima, Mimesis, 2016
Del sesso, Cronopio, 2016
Banalità di Heidegger, Cronopio, 2016
La comunità sconfessata, Mimesis, 2016
Lontano la città, Lithos, 2016
Il colore succede (con M. Morganti), Corraini, 2016
La custodia del senso, EDB, 2017
Sulla danza, Cronopio, 2017
Il disegno del piacere Mimesis 2017
Il panico politico (con P. Lacoue-Labarthe), ETS, 2018
Cosa resta della gratuità?, Mimesis, 2018

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Adorazione

“Se ci venisse obbiettato che uno scarto si produce pur sempre “in” qualcosa, risponderemmo che in effetti nihil e qualcosa – la cosa indifferenziata, il “vuoto” di cui parlano i fisici, il dato primordiale, subatomico o, se si vuole, la materia – sono identici. Nihil sarebbe in qualche modo lo scarto, la tensione dello scarto, la sua pulsazione o pulsione. Da questo punto di vista non c’è differenza tra una teologia correttamente intesa della creazione e l’affermazione della permanenza intemporale di una materia – o energia – sempre già data, sempre già là. In ogni istante del tempo questo là è là, aperto in ex.

Questo mondo non è un  “mondo possibile”, perché nessuna proiezione di possibile l’ha preceduto: niente, in seno al nulla, disegna piani o ipotesi di specie e di mondi. Il mondo è piuttosto l’improbabile rottura, la separazione del giorno e della notte, della terra e delle acque, di questa molecola e di quest’altra, di questa e quell’esistenza. Ex nihilo è ogni configurazione di cristallo, ogni circonvoluzione di sistema nervoso, ogni ritmo fisiologico, ogni combinazione di pensiero, di macchina, di sistema computerizzato o di composizione musicale.

L’apertura è tanto arrischiata, avventurosa quanto fortuita, tanto pericolosa quanto preziosa.
E’ ad essa che si rivolge l’adorazione. L’adorazione consiste nell’attenersi al niente – né ragione, né origine – dell’apertura. ”

J.L. Nancy, L’adorazione, p.25-26

“Dal cristallo alla logica, ci sono ordine e organizzazione di cui nessun disegno rende conto ma che la sua tensione – cristallina, organica, vivente, pensante – protende alla nostra attenzione: non per risolverla, ma per incontrarla, per provarla. E’ quello che chiamiamo “pensare”.
O “adorare”. Ossia mantenersi nel rapporto con quel niente di ragione e fine, di sostanza e soggetto, di garanzia e compimento.”

J.L. Nancy, L’adorazione, p. 28

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Filosofo e mondo

“E’ probabilmente questo ciò di cui il filosofo gode: del suo proprio venir meno nella sua volontà di mostrare la verità senza artificio, o di essere abile oltre ogni abilità. Per un tale oltre, egli non ha che la santità del silenzio o l’ebrezza del concetto. Tra queste due possibilità il filosofo vacilla e barcolla ma è qui che ha luogo il suo impegno.
Se dico che il filosofo gode, è per unire sotto questa parola la scossa che egli prova a essere spinto fuori da sé senza ritorno e il giubilio nel quale ciò lo fa immergere. Non c’è oggetto del sapere assoluto, ma un soggetto colto nella vertigine di non essere identico a sé se stesso.”
Il ventriloquo, Sofista e filosofo, J.L.Nancy 2003

“La vita nel mondo fuori del mondo” è tanto poco una formula “cristiana” che essa ha il suo luogo in quella frase già citata di Wittgenstein: “Il senso del mondo è fuori del mondo”. Wittgenstein non fa appello a nessuna rappresentazione concezione di un altro mondo”: chiede che il fuori sia pensato e afferrato nel bel mezzo del mondo.”
L’adorazione, J.L. Nancy, 2010

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Percorsi interdisciplinari a.s. 2018/19

Progetto INDIZI SUL CORPO

Proposte di percorsi interdisciplinari 2018/19

Il progetto, come ogni anno, propone per le classi del triennio alcune attività che possono favorire la riflessione e l’approfondimento delle tematiche legate al rapporto Corpo e Mente.

1- La mostra di Marina Abramovic a Palazzo Strozzi Firenze – link al sito ufficiale –
link alla pagina di documentazione della visita dei docenti in preparazione 

5E prof.ssa Laura Panizzi – prof.ssa M. Pranzitelli

5D prof. Francesco Costabile – prof.ssa Mignani Chiara


2 -Teatro Cavallerizza Martedì 30 aprile 2019 ore 11.30 – Gershwin Suite –
link alla scheda 

Screenshot 2018-11-13 at 22.06.22.pngConcept Michele Merola e Cristina Spelti
Coreografia Michele Merola
Musica George Gershwin, Stefano Corrias
Disegno luci e ideazione scenografie Cristina Spelti
Laboratori introduttivi a cura di Cinzia Beneventi
Spettacolo preceduto da laboratorio a scuola. Ogni laboratorio sarà concordato preventivamente con le insegnanti anche per quel che riguarda la durata e verrà realizzato a scuola in un ambiente adatto all’attività.

I percorsi interdisciplinari prevedono il coinvolgimento delle seguenti discipline:

3D Filosofia – progettazione design del gioiello (prof. Montanari e prof. Mattioli)

3E Filosofia – storia dell’arte (prof.ssa Sonia Lasagni) – progettazione multimediale (prof. Francesco Costabile – Inglese (prof.ssa Francesca Melli) – Italiano (prof.ssa Sara Bonilauri)

4G Filosofia – storia dell’arte (prof.ssa Sonia Lasagni) – progettazione multimediale (prof. Francesco Costabile (Dalla pittura al grande schermo. I quadri di Edward Hopper protagonisti di un film)

4E Filosofia – storia dell’arte (prof.ssa Sonia Lasagni) – progettazione multimediale (prof. Francesco Costabile

4C Filosofia (prof.ssa M. Pranzitelli) – Storia (prof. Gigi Pascarella propone la lettura dei racconti di Carver e la visione del film di Altman America now  link alla scheda)

5D storia dell’arte (prof.ssa Rita Tedeschi)

5E Filosofia – storia dell’arte (prof.ssa Mignani Chiara) – progettazione multimediale (prof. Francesco Costabile Dalla pittura al grande schermo. I quadri di Edward Hopper protagonisti di un film)

I contatti per la realizzazione dei laboratori e l’organizzazione degli spazi saranno gestiti dalla prof.ssa Anna Lombardini


3 – Laboratori di fotografia e di schizzi dal vero in collaborazione con
LA FONDERIA39  
(La Fonderia è la sede della Fondazione Nazionale della Danza Compagnia Aterballetto)  referente per la comunicazione e la didattica  dott. Raffaele Filace 

4E progettazione multimediale (prof. Francesco Costabile)

4G progettazione multimediale (prof. Francesco Costabile)

4D Progettazione della figurazione (prof.ssa Lombardo Savina, prof.ssa Pasini Federica)

4 – Proposte di spettacoli serali dei Teatri di Reggio Emilia in linea con gli obbiettivi del progetto;

  • 23 studenti  hanno aderito alla visione serale dello spettacolo: Bach Project” in scena venerdì 19 ottobre al Valli per il Festival Aperto presenta Aterballetto alle prese con due coreografi e la musica del grande Kantor: l’uno, Jiři Kylián, oramai avvolto dalla leggenda, l’altro, Diego Tortelli, un’autentica giovane promessa.  link ad un articolo
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Firenze

Visita alla Restrospettiva di Marina Abramovic THE CLEANER per docenti di scuola superiore: Liceo artistico G. Chierici (prof.sse Bigi Lorenza – Fabbris Linda – Lombardo Savina – Pranzitelli Mariarosaria – Quaini Sonia – Scolari Pamela – Vallese Marina)

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L’evento si pone come una straordinaria retrospettiva che riunisce oltre 100 opere offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Sessanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance attraverso un gruppo di performer specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra.

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Visita al complesso di Santa Maria Novella

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La facciata di SANTA MARIA NOVELLA


IL CROCIFISSO DI GIOTTO


MASACCIO LA TRINITA’


LA CAPPELLA STROZZI
1486 Filippo Lippi allievo di Sandro Botticelli


Cappellone degli Spagnoli
(Costruita tra il 1343 e il 1355 dall’architetto Fra Iacopo Talenti)
La colonia spagnola di Firenze era solita radunarsi in questo luogo dal tempo in cui Eleonora di Toledo, divenuta moglie del duca Cosimo I de’ Medici (1539), ne aveva ottenuto l’uso per le funzioni religiose dei suoi connazionali.


Il trionfo di San Tommaso


Paolo Uccello

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Biennale di Venezia 2018

Yvonne Farrell e Shelley McNamara sono le curatrici della 16. Mostra Internazionale di Architettura, che si svolge dal 26 maggio al 25 novembre 2018 ai Giardini e all’Arsenale e in vari luoghi di Venezia. Il titolo scelto è

Freespace

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Indizi sul corpo

CORPO E PENSIERO  
di Mariarosaria Pranzitelli e Francesco Costabile

In questo percorso progettuale abbiamo cercato di far incontrare la danza e la fotografia attraverso uno sguardo filosofico. La danza è stata l’occasione per individuare, grazie alla riflessione legata alla fotografia e alla sua particolare tecnica, il fatto che noi “siamo” e non abbiamo un corpo, come la tradizione maggiore del pensiero occidentale non soltanto ci lascia intendere, ma ci spinge e costringe a pensare.
Durante alcune letture affrontate in classe sulla riflessione della tradizione filosofica da Spinoza a Cartesio, da Nancy a Deleuze, abbiamo raccolto indizi e visioni della specificità del rapporto mente – corpo che attraversa le varie scienze (vedi neuroni specchio e neuroscienze).
La danza è una delle tante “ri-velazioni” del corpo e, come in ogni ri-velazione, possiamo e dobbiamo avvertire nel suo movimento che qualcosa è messo a nudo e contemporaneamente velato di nuovo. Il velo che viene tolto al corpo è anche, paradossalmente, quello che nuovamente lo nasconde.
Ciò dipende dal fatto che “noi non sappiamo che cosa può un corpo” (Spinoza) e non lo possiamo sapere perché la sua singolarità plurale resiste e insiste in maniera sorprendente proprio nel gesto della danza.

Proprio il corpo costringe la filosofia a quel che è: un non-sapere. Pensare il corpo è un esercizio filosofico quasi indispensabile perché la vita non venga esclusa o aggirata dalla filosofia.
E’ per questo che il pensiero quando pensa il corpo non si rivolge solo all’anatomia, ma anche alla letteratura, alla poesia e ovviamente alla danza. Ecco, la danza es-pone forse meglio ciò che, per dirla con Nancy, ogni pensiero è: un corpo.

“Non ha senso, pertanto, parlare separatamente di corpo e di pensiero, come se potessero sussistere ciascuno per sé, mentre essi non sono che il loro toccarsi reciproco, il contatto della loro effrazione l’uno attraverso l’altro e l’uno nell’altro. Questo contatto è il limite, lo spaziamento dell’esistenza. Tuttavia ha un nome, si chiama “gioia” e “dolore”, o “pena”.”

“La fotografia sta soccombendo perché ciò che si vede su Instagram o sui telefoni cellulari non è fotografia. La fotografia è un oggetto materializzato che si stampa, si ha, si guarda… Oggi esistono solo immagini e le immagini non sono fotografie” con queste parole Sebastião Salgado, uno dei maestri della fotografia contemporanea, descrive la progressiva designificazione dell’atto fotografico e della sua fruizione. I ragazzi sono abituati a produrre e a consumare immagini sin dalla tenera età e questa bulimica sovrabbondanza, se da un lato aiuta il discente ad una manualità e una dimestichezza con il mezzo dall’altra ha portato ad un depotenziamento del mezzo e ad una sorta di cecità. Nella sovrabbondanza si smette di vedere, non si pensa, non si costruisce, non si narra e si finisce per diventare soggetti passivi, stanchi consumatori di immagini vuote.   Il laboratorio di fotografia si è prefissato l’obiettivo di “pensare” l’immagine, costruirne il senso, leggerne la luce, restituire alla mera immagine il suo status di fotografia, ovvero opera dotata di senso, in grado di restituire la relazione tra l’io e il mondo, tra chi osserva e chi è osservato. Questi scatti si contraddistinguono per un assoluta eterogeneità. Un solo soggetto è letto ed interpretato in svariati modi e subisce letture e restituzioni diverse. La creazione di un pensiero critico, la scoperta di un proprio sguardo, non può non essere motivo di soddisfazione per il nostro lavoro. Ci auguriamo che la scuola possa collocarsi sempre di più nell’ottica di rieducare all’immagine. E’ un modo per formare soggetti attivi, creatori di senso, cittadini in grado di difendersi dalle migliaia di immagini che quotidianamente sono costretti a subire.

Ringraziamenti

Maria Grazia Diana – Dirigente scolastica  Liceo Artistico “G.Chierici”                                    Gigi Cristoforetti   Direttore Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto
Sveva Berti – Coordinatrice artistica Aterballetto
Raffaele Filace -Ufficio stampa e comunicazione della Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto                                                       

Gli alunni della 4E a.a. 2017/2018: E.Alessandri, C. Anghinolfi,  E. Bassoli, G. Carrozzo, C. Cavandoli, M. D’Orsi, M. De Nardis, V. Esentato, G. Fabbi, G. Fusaroli, M. Fusco, I. Gandolfi, L. Gorrieri,  G. Govi, N. Haka, L. Limongi, B. Mascolo, E. Mazzini, M. Messori,     M. Morini, S. Rizzo, G. Ruozi, C. Scaglia, V. Scala, J. Tirelli

Tutti i danzatori della compagnia Aterballetto e lo staff della Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto.

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Studi

1984
Diploma di maturità dell’Istituto Magistrale Matilde di Canossa
Di Reggio Emilia
Data: 31 luglio 1984
Votazione: cinquantotto /sessantesimi

1988
Diploma di Specializzazione Polivalente
Presso l’Istituto Regionale “G.Garibaldi “ pei Ciechi di Reggio Emilia
Data 11 Giugno 1988
Tesi: “L’utilizzo del computer come ausilio e come sussidio didattico per alunni con handicap”
Votazione: trenta/trentesimi cum laude

1994
IMG_4371Laurea in Pedagogia
Università degli studi di Parma
Data: 24 Marzo 1994
Tesi: “Il luogo etico in Wittgenstein
Votazione 110 e lode. 

Abilitazione: A018 – Filosofia e Scienze umane

 

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