LA MERAVIGLIA

Link video 3D 15/16 

La meraviglia e la filosofia
(Pelullo, Iotti, Boccazzi, Ganapini)

La meraviglia
(Benassi, Paterlini)

Archè
(Benassi, Paterlini)

Mito di Prometeo
(Benassi, Boccazzi, Pelullo, Paterlini, Irrissuto)

Archè e la meraviglia
(Morellini, Pellegrini)

Archè e la meraviglia
(Bertelli, Massari)

Archè e la meraviglia
(Davoli, Lupi, Irrissuto)

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IL SUBLIME

ppt Sublime arte e filosofia

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EVENTO 13 Aprile 2018

invito 4E

Per approfondire il percorso progettuale e la documentazione del laboratorio degli studenti di 4E:
vai alla pagina su questo blog


EVENTO – 13 APRILE

Aterballetto danza nella sua Fonderia.

La serata inizia con L’eco dell’acqua, creazione straniante e visionaria diPhilippe Kratz, che si ispira a una lirica di Goethe. I danzatori si muovono all’interno di una coreografia elegante e fluida che mette in risalto le loro peculiarità.
Conclude la serata Antitesi di Andonis Foniadakis. Una danza di contrasti e adrenalinica che spinge al limite la tecnica e la resistenza dei danzatori. La musica barocca e quella contemporanea si intrecciano tra loro e i movimenti dei corpi in visioni che rimandano a quadri pittorici e scultorei
In questa serata si potranno ammirare i particolari scatti fotografici degli studenti del Liceo Chierici Documentazione, fatti alla compagnia.
25 ragazzi hanno trascorso un’intera mattina con Aterballetto, respirando e catturando con la macchina fotografica gli effimeri istanti dei danzatori.
Un piccolo progetto per coltivare una nuova generazione di pubblico per la danza e coltivare il talento dei giovani d’oggi.
L’iniziativa è all’interno di una consolidata collaborazione con il Liceo Artistico Gaetano Chierici all’interno del progetto Indizi sul Corpo grazie ai professori Mariarosaria Pranzitelli e Francesco Costabile


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Didattica dell’arte

Un interessante intervento della prof.ssa Emanuela Pulvirenti

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Mente

“Se io sono nel giusto, allora il nostro atteggiamento mentale rispetto a ciò che siamo e a ciò che sono gli altri dev’essere ristrutturato. Non si tratta di uno scherzo, e non so quanto tempo abbiamo ancora prima della fine. Se continuiamo ad agire sulla base delle premesse che erano di moda nell’èra pre-cibernetica e che furono particolarmente messe in risalto e rafforzate durante la rivoluzione industriale quando sembravano convalidare l’unità di sopravvivenza ipotizzata da Darwin, potrebbero restarci ancora venti o trent’anni prima che la reductio ad absurdum logica delle nostre vecchie posizioni ci distrugga. Nessuno sa quanto tempo ci resti, nel sistema attuale, prima che si abbatta su di noi qualche disastro, più grave della distruzione di un qualunque gruppo di nazioni. Il compito più importante, oggi, è forse di imparare a pensare nella nuova maniera. Dirò che io non so come si faccia a pensare in questa maniera: dal punto di vista intellettuale, io posso star qui a fornirvi un’esposizione ragionata di questa materia; ma se mi metto ad abbattere un albero, penso ancora che è ’Gregory Bateson’ che sta abbattendo l’albero. Io sto abbattendo l’albero. ’Me stesso’ è ancora per me un oggetto troppo concreto, diverso dal resto di ciò che qui ho chiamato ’Mente’. Il passaggio necessario per attuare (per rendere abituale) l’altra maniera di pensare (talché in modo spontaneo si pensi in quella maniera quando si prende un bicchiere d’acqua o si abbatte un albero), quel passaggio non è facile. Inoltre, e parlo seriamente, secondo me non dovremmo fidarci di alcuna decisione politica che provenga da persone che non hanno ancora quell’abito mentale.”

“Che cosa intendi per Ecologia della Mente?” 
Beh… .più o meno sono le cose di vario tipo che accadono nella nostra testa e nel nostro comportamento… e quando abbiamo a che fare con altre persone… e quando andiamo su e giù per le montagne…. e quando ci ammaliamo e poi stiamo di nuovo bene… Tutte queste cose si interconnettono e , di fatto, costituiscono una rete che , in un linguaggio orientale, si potrebbe chiamare Mandala. Io mi sento più a mio agio con la parola Ecologia, ma sono idee che hanno molto in comune. Alla radice vi è la nozione che le idee sono interdipendenti, interagiscono, che le idee vivono e muoiono. Le idee che muoiono, muoiono perché non si armonizzano con le altre. E’ una sorta di intrico complicato, vivo, che lotta e che collabora, simile a quello che si trova nelle boschi di montagna, composto dagli alberi, dalle varie piante e dagli animali che vivono lì – un’ecologia , appunto. All’interno di questa ecologia vi sono temi importanti di ogni genere che si possono enucleare e su cui si può riflettere separatamente. Naturalmente si fa sempre violenza al sistema nel suo complesso se si pensa alle sue parti separatamente; ma se vogliamo pensare dobbiamo fare così, perché pensare a tutto contemporaneamente è troppo difficile.”

G. Bateson, Verso un’ecologia della mente

Fonte: vai alla pagina

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Geniale

Presentazione del prof. Gianfranco Marini di uno strumento didattico molto utile per creare presentazioni, infografiche e timeline

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IL RISCHIO DI EDUCARE

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Corpo e antropologia

Perle dal web

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Immagine mondo

2015 – Appunti di viaggio
A Praga ho riletto il libro di Agamben “L’Aperto” e poi rientrata a casa mi è arrivato l’ultimo libro di Federico Ferrari. Leggendolo mi sono ritrovata nelle letture più significative di questi anni e ritengo che l’autore, con estrema cura dell’essenziale, abbia mostrato l’esigenza radicale e profonda del nostro tempo. Nessuna essenza, ma solo la pelle delle immagini…il più superficiale è il più profondo. Se qualcosa del nostro mondo è da comprendere è come l’immagine è il nostro sensibile esposto.

“Se l’immagine e non la verità fosse la porta stretta attraverso la quale l’uomo accede all’Aperto? E se la vera differenza ontologica dell’uomo non consistesse né nel suo essere razionale né nella sua capacità di parola, ma nel suo essere welbildend, l’immaginatore di mondi? …Se l’articolazione del pensiero fosse solo l’apertura di un contraccolpo dell’apertura dell’immagine?” p.28 F.F.

FEDERICO FERRARI

“L’insieme vuoto” Per una pragmatica dell’immagine

“…Quel che manca, oggi, non è una modalità di previsione ancora più complessa, capace di prevedere qualunque scenario possibile; quel che ci manca è la capacità di accettare che il mondo sia non solo il luogo del possibile e di tutti i possibili ma anche il luogo dell’impossibile, dell’immagine imprevista. Il mondo non è il creato, secondo causa ed effetto, ma il creatore infinito di immagini.” p43 F.F.

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Come apprende un corpo?

Presentazione del 29 Novembre 2017
ore 18.00 Sala delle colonne
LICEO ARTISTICO GAETANO CHIERICI

Relazione della presentazione
prof.ssa Mariarosaria Pranzitelli

“L’essere come ritmo dei corpi – i corpi come ritmo dell’essere. Il pensiero-in-corpo è ritmico, è spaziamento, battuta che dà il tempo della danza, il passo del mondo.”
J.L. Nancy, Corpus, Cronopio, Napoli 1995, pag. 94

ITINERARIO FILOSOFICO

Wittgenstein ha toccato i limiti del logos, i confini ultimi della logica dell’essere, affermando: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.
Molte riflessioni ha aperto questa proposizione di Wittgenstein e sicuramente darà ancora molto da pensare. Sempre Wittgenstein dice: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.
Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ma questo può metterci in ascolto  di altri mondi, prospettive e contesti. Là dove la parola fatica ad esprimere un’idea è perché non ha ancora trovato la sua esattezza, ma solo il suo limite.
Attraverso la danza, il progetto Indizi sul corpo ha  tentato di creare l’occasione per i nostri studenti di incontrare altre forme espressive e altri percorsi interdisciplinari che mettono al centro il corpo.
Il corpo è il limite e la possibilità dell’ apprendere. Ma di quale corpo o di quali corpi parliamo? Certamente non di un corpo che è “sapere del corpo”, non un corpo categoriale e sostanziale, non un corpo astratto, non una corporeità generica e rinviante a simboli e significati. Parliamo dell’essere un corpo. Parliamo dell’essere esposto di un corpo e di ogni corpo agli altri corpi.
Nancy ripensa il corpo decostruendo le categorie della metafisica dei corpi, del dualismo cartesiano (*) e della spiritualità dei corpi come corpi astratti o sostanziali.
Per questo anche un altro filosofo come Deleuze ritiene che “c’è un eccesso di sapere che uccide la vita nella filosofia, e aggiunge, che la comprensione non filosofica non si deve considerare insufficiente o provvisoria, è una delle due metà, una dei due ausili. “ Per  Deleuze la ricerca di questi nuovi mezzi di espressione filosofica deve essere perseguita in rapporto con altre arti come il teatro o il cinema” e aggiungo io con la danza.

In effetti c’è un eccesso di sapere che uccide l’apprendimento. Un apprendimento che si rivolge ad una mente e non ad un corpo che apprende. Questo modello di apprendimento è destinato a fallire. Molti dei nostri studenti fanno esperienza di un apprendimento mnemonico, settoriale, ripetitivo e molte volte senza senso. Quel senso che Nancy mette sempre in rapporto al corpo e ai corpi. Al loro esserci, al loro movimento esistenziale ed emotivo. Modale.
Come apprende un corpo? Questa è la domanda alla quale occorre dare una o più risposte. Occorre indagare e modificare tutto ciò che rende impossibile trasmettere il senso dell’apprendere come fonte di piacere e di passione.
Un corpo è passione ed è attraversato da “tonalità emotive”. La “precomprensione” come tonalità emotiva affermava Heidegger. Da questo occorre ripensare l’apprendimento.
Durante le lezioni di danza i nostri studenti hanno osservato e realizzato schizzi dei corpi dei danzatori e delle danzatrici in movimento.
Il movimento di un corpo, il movimento di un pensiero e di un gesto, quali e quante possibili relazioni attivano.

Gli studi e le nuove scoperte neuroscientifiche, vedi neuroni specchio in particolare, permettono molte riflessioni sull’apprendimento e sulle metodologie didattiche da mettere in campo a partire  dalla centralità del corpo. Pensate solo all’importanza dell’imitazione e della ripetizione che viene vissuta in modo empatico e da non confondere con la simpatia. (empatia: vedi lezione di Vittorio Gallese dello scorso anno al Festival della filosofia di Modena).
Così potremmo sostenere con Wittgenstein che “Ogni esperienza è mondo e non ha bisogno del soggetto” (Quaderni, p.192)
Anche per la danza ciò che caratterizza la performance è un movimento che manifesta ed espone uno stile e così accade anche per la filosofia, infatti Deleuze sostiene che “I grandi filosofi sono anche dei grandi stilisti. Lo stile in filosofia è il movimento del concetto.”
Deleuze,  Segni ed eventi, p. 16

Ritroviamo qualcosa di simile anche nelle parole di un grande danzatore:
“Ogni giorno noi perdiamo dei gesti: ogni giorno noi ne ritroviamo e ne ricreiamo.”
Dominique Dupuy, La saggezza del danzatore, p. 83

La danza, i laboratori, gli spettacoli e le prove aperte, sono state l’occasione per i nostri studenti di incontrare altri corpi nell’esercizio dell’apprendere un gesto un movimento, nel ripetere e nell’attraversare una coreografia, un balzo, una caduta.  L’incontro di altri corpi nei quali “riflettersi”, osservarsi e apprendere come un corpo che danza. Tutto questo, quali e quante suggestioni apre?

Imparare ad imparare è attivato quando il contesto muta e si vede un altro “luogo e altri corpi” che apprendono un gesto, una postura e un movimento.
Cosa in particolare apprendono i nostri studenti osservando danzare: Il gesto inutile, cioè non strumentale, non votato ad un risultato. Nella danza è sempre in atto una sospensione dell’utilità del gesto. Un movimento che si fa gesto e si fa dono nella sua esposizione.

Nello spettacolo o nella performance si afferma il qui ed ora di quei corpi, si aprono alla possibilità dell’evento. Tutto avviene perchè quell’evento riesca a stabilire un con-tatto tra spettatore e attore, un con-tatto di stupore, di senso, di piacere, di immaginazione.
C’è molto in uno spettacolo di danza contemporanea, scenografie, quadri musiche…neuroni specchio, studi di percezione, ma non le parole che spiegano, che definiscono, che incasellano il senso in significati uguali per tutti.
La chiave per aprire un senso resta nella performance stessa, resta nei pensieri e nei corpi di chi è spettatore e si espone a sua volta alla possibilità di essere toccato da quell’evento. Il senso, se di senso si tratta, non può che accadere.
Il senso è l’evento stesso. Il qui ed ora del suo sorgere, della sua venuta.

La nostra domanda è stata quella di Nancy: “come giungere a toccare il corpo invece di significarlo o farlo significare” ?

In qualche modo risponde a questa domanda Federico Ferrari: “Pensa alla danza, al modo in cui i danzatori seguono con lo sguardo e con il corpo i gesti del coreografo, fino ad immedesimarsi in essi, fino a sentirli come parte del proprio corpo: ripetendo e imparando a danzare, impariamo un’attitudine. Il gesto delll’arte è l’approssimarsi tangenziale a questa attitudine.
Dunque, disciplinare il tocco, la mano, la vista per arrivare a toccare l’infinita libertà di un gesto che non vuole più significare nulla, ma soltanto essere, fissato ma sempre in potenza nell’opera.”
Federico Ferrari, Sub specie aeternitatis, Arte ed etica, 2008, ed. Diabasis, p.30

“La ripetizione del gesto, per generare dell’irripetibile, deve in qualche modo perdersi – rasentando, talvolta, abissi di di oscurità – per infine ritrovarsi. In questa erranza del gesto l’opera appare e l’arte si compie, mostrando che dell’irripetibile è ancora possibile. Ma appunto l’irripetibile si mostra attraverso la ripetizione. Bisogna aver fatto esperienza della ripetizione per cogliere l’irripetibile. Bisogna aver fatto esperienza del gesto per arrivare allo scarto dell’opera.”
Federico Ferrari, Sub specie aeternitatis, Arte ed etica, 2008, ed. Diabasis, p.35

Attraverso la danza si sperimenta una reale capacità di andare oltre il dualismo corpo e mente e ritrovare quell’armonia che libera dalle costrizioni della corrispondenza. Forse è questo che fa scrivere ad un danzatore come Dupuy: “Non danziamo mai così bene come quando siamo un po’ affaticati; Le nostre risorse attenuate, occorre suscitarne altre, la sensibilitàprofonda entra in gioco.”Dominique Dupuy, La saggezza del danzatore p.43
Non è stato un caso che di recente un coreografo ed un filosofo abbiano dato vita ad una conversazione sulla danza e che entrambi sostengano che la propria esperienza passa anche per quella dell’altro.
Dalla danza al pensiero, una stessa e diversa messa in gioco del corpo, questo luogo dove sorge e sfugge il senso. (Mathilde Monnier – Jean Luc Nancy- Allitterazioni –Conversazioni sulla danza)

CONCLUSIONE

La danza è stata per noi uno degli indizi maggiori del corpo, l’indizio più convincente e consistente del fatto che noi “siamo” anche un corpo, cioè che non “abbiamo” solo un corpo, così come la tradizione maggiore del pensiero occidentale non soltanto ci lascia intendere, ma ci spinge e costringe a pensare.
La danza è una delle tante “ri-velazioni” del corpo e, come in ogni ri-velazione, possiamo e dobbiamo avvertire nel suo movimento che qualcosa è messo a nudo e contemporaneamente velato di nuovo. Il velo che viene tolto al corpo è anche, paradossalmente, quello che nuovamente lo nasconde.
Ciò dipende dal fatto che “noi non sappiamo che cosa può un corpo” (Spinoza) e non lo possiamo sapere perché la sua singolarità plurale resiste e insiste in maniera sorprendente proprio nel gesto della danza. Non lo possiamo sapere nemmeno perché è proprio del sapere pensare al di là della singolarità che un corpo non può fare a meno di esporre. Ma è solo scartando la singolarità che un sapere può divenire tale.
Forse, per questo, il corpo può riguardare solo un non-sapere come la filosofia.
Proprio il corpo costringe la filosofia a quel che è: un non-sapere. Pensare il corpo è un esercizio filosofico quasi indispensabile perché la vita non venga esclusa o aggirata dalla filosofia.
E’ per questo che il pensiero quando pensa il corpo non si rivolge solo all’anatomia, ma anche alla letteratura, alla poesia e ovviamente alla danza. Ecco, la danza es-pone forse meglio ciò che, per dirla con Nancy, ogni pensiero è: un corpo.

“Non ha senso, pertanto, parlare separatamente di corpo e di pensiero, come se potessero sussistere ciascuno per sè, mentre essi non sono che il loro toccarsi reciproco, il contatto della loro effrazione l’uno attraverso l’altro e l’uno nell’altro. Questo contatto è il limite, lo spaziamento dell’esistenza. Tuttavia ha un nome, si chiama “gioia” e “dolore”, o “pena”.”  

Potrebbe apparire singolare questa esigenza della filosofia di ri-velare il corpo in un tempo come quello attuale in cui la sua dimensione spettacolare non smette di esibire corpi, come, forse, non era mai successo prima.
E, tuttavia, i corpi, proprio per questo, vivono in una dimensione separata e ciò si evidenzia anche e specialmente nella questione degli apprendimenti, che si danno in maniera totalmente svincolati dal corpo.
Il paradosso è che la mente nei meta-apprendimenti è spinta a connettere tutto tranne il corpo da cui proviene.
La società della conoscenza insegna proprio ad apprendere senza un corpo. Il dualismo metafisico che attraversa la cultura occidentale non viene smentito nella società della conoscenza, anzi viene portato alle sue estreme conseguenze.
E’ attraverso le competenze che sono richieste nei percorsi scolastici che si rischia di annullare, nell’enfasi posta nella ricerca della prestazione, ogni forma di desiderio. Ora, mi è sembrato, invece, che proprio nella danza la ricerca della prestazione, la stessa performance del danzatore, che è sempre implicata nel suo gesto, non fosse mai slegata anche dalla ricerca dell’espressione. Ecco, separare prestazione ed espressione negli apprendimenti rischia di azzerare nella vita in quanto tale la dimensione desiderante e quindi corporea dell’esserci.
Per evitare di ridurre i nostri studenti a meri viventi che dispongono solo di funzioni cognitive da sviluppare, vorrei concludere con una frase di Aristotele tratta dall’Etica Nicomachea e che potrebbe costituire una traccia da seguire o da tenere a mente anche nei percorsi di insegnamento/apprendimento: “un desiderio che pensa, un pensiero che desidera, questo è un uomo”.

1 – Link alla documentazione

2 – link alla pagina di documentazione: laboratorio di fotografia (in progress)

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