DENTRO FUORI

“Corps et Imaginaire” Séminaire n°2 –
Roland Huesca avec Jean Luc Nancy

Estratti di un’ expeausè
Trascrizione di Ezster Horvath

Traduzione in italiano di Roberto Fantuzzi

In un certo qual modo la conferenza potrebbe limitarsi a questo:

Dentro? Fuori? Ecco due immagini: si potrebbe domandare a tutti, qual è il dentro? Qual è il fuori?

Avete già capito che si potrebbe dire allo stesso tempo “questo è il dentro, questo è il fuori”, così come si potrebbe dire esattamente il contrario.

Tuttavia, è evidente che in questa Leda di Leonardo da Vinci ci sono più “dentro” di quanti ve ne siano nella, bisogna pur dirlo, molto bella e molto dettagliata radiografia, che mostra non solamente lo scheletro, ma anche i muscoli e i dettagli del corpo, al punto che si ha ancora di più l’impressione di essere dentro.  Ma ciò che rende maggiormente il dentro, l’interiorità, se volete l’anima, la vita, nel disegno di Da Vinci, che ne rende molto di più, incommensurabilmente di più, non è solamente il fatto che è visto dall’esterno, ma che è visto da un artista.

In effetti, ci si può domandare dove, quando e come un corpo è quello che è, cioè a dire, propriamente, il fuori di un dentro – perché è questo che ci aspettiamo da un corpo: che sia un fuori di un dentro, che traduca, esprima ed esponga il dentro.

Dove? se non, forse, sempre, necessariamente, attraverso una… – come si può chiamare questo, perché non ci sono rappresentazioni – …attraverso una “presa”, un “afferramento”, che chiamiamo artistico o estetico?

In fondo, che cos’è che si chiede ad un artista?

Non gli si chiede mai di rappresentare esattamente quel che si può vedere, gli si domanda di farci sentire qualcosa, di farci provare qualcosa che chiameremo della vita, dello spirito o dell’anima, dell’interiorità, etc – dell’anima…diciamo dell’anima…

Forse che un corpo tutto solo ci mostra dell’anima?

Sì, senza dubbio, a condizione che si guardi quel corpo con un certo sguardo, che sia disposto a scorgervi l’anima.

Com’è uno sguardo che può vedere l’anima? Non è uno sguardo radiografico. E’ uno sguardo che guarda lo stesso corpo, gli stessi capelli, la stessa pelle, i suoi tratti, il suo aspetto, etc… il più piccolo dettaglio della sua pelle, del suo atteggiamento, del suo portamento, le sue più piccole imperfezioni nei volumi e sulla superficie.

Può darsi che sia già l’anima…

Sicuramente, è già l’anima…

Che cos’è che facciamo sempre, tutti i giorni? Non parlo di cose misteriose, ma dell’esperienza quotidiana, la più banale: quando incontriamo qualcuno che non conosciamo, che vediamo in autobus, lungo la strada…non lo vediamo mai senza essere in rapporto con la sua anima.

Perché chiamo questo anima? Perché l’anima, che è diventata per noi, per tutta una serie di ragioni (sulle quali dovremo ritornare) e di avventure della storia, una sorta di piccola sostanza immateriale o appena materiale, un vapore che uscirebbe dalla nostra bocca con il nostro ultimo respiro – quanto ad essa è stata rappresentata in certi quadri nel medioevo e quest’”anima” ha avuto la forma di un corpo. Se non avesse avuto la forma di un corpo, che forma avrebbe avuto? Non avrebbe avuto alcuna forma…

Ora, l’”anima”, quell’anima che chiamiamo così, sempre in greco, “psiché”, nelle nostre parole come psicologia, psicanalisi etc, psiché, la stessa psiché che ha dato il suo nome a un certo tipo di specchio, è, molto semplicemente, la forma di un corpo organizzato, dice Aristotele.

La forma di un corpo organizzato, è questa l’anima, un corpo organizzato, vale a dire che è la forma di tutti i corpi organizzati, di tutti i corpi viventi.

Aristotele non dice assolutamente che l’anima sia qualcosa che è dentro. Dice che è la forma. Se guardate la forma di un lombrico, di un pollo, di una mucca, di uno scimpanzé, di un essere umano, vedrete la sua anima. Vedrete la sua anima, vale a dire, la sua animazione. Psiché – o se preferite il soffio: l’animazione.

L’animazione è ciò che accade in un disegno animato, un disegno che si muove…perché chiamiamo animato il disegno animato? Perché è visibilmente del disegno che si tratta, non della foto, del disegno che non è l’afferramento della realtà, ma una rappresentazione che si muove, che parla – e noi siamo tutti dei disegni animati. Salvo che il nostro disegno, la formazione della nostra forma, fatta di minimi dettagli, siamo noi a farlo.

Noi: ogni volta un certo melange che si forma, in un certo momento, da due cromosomi, che sono costituiti da una serie di geni, etc…, che vanno a comporre un insieme ogni volta unico, in ogni caso, molto probabilmente unico.  Due insiemi di geni combinati allo stesso modo, che hanno subito un certo numero di modificazioni genetiche, mutazioni, e che a un certo punto formano una certa unità. Questo da luogo a un certo corpo, e un giorno questo corpo, che si è sviluppato all’interno di una matrice, dalla quale è contemporaneamente dipendente e indipendente, prende una forma, una configurazione: a un dato momento esce, si separa, e…come dice Hegel, “con un urlo”, accede alla vita.

E’ suggestivo che l’abbia detto Hegel, per questo tutti lo dicono, si tratta del grido sul quale molto è stato detto e molto può essere detto ancora: il grido primordiale. Hegel lo nomina perché sa bene che è il primo rapporto con il mondo esterno, che avviene con la respirazione aerea – il bambino non riceve più l’ossigeno dal sangue della madre. Accede al fuori. Ormai “è” fuori.

E’ fuori, e non è che il suo “dentro” sia ormai esposto “al di” fuori, è lui stesso che è nel fuori, è  “al di fuori” – questa è la prima cosa che vuol dire il grido della respirazione. Egli è “al di” fuori.

Si può dire che nel ventre della madre sia già stato, malgrado tutto, e in ogni caso, in un certo modo “al di” fuori. Allo stesso tempo lui stesso è un fuori per la madre e un fuori che è dentro di lei, ma che è per lei un fuori, che in lei si separa, e non solamente alla nascita. Si separa quando si concepisce, se posso dire che egli “si” concepisce.  Perché essere concepito è anche concepire “sé”, non solo la madre e il padre hanno deciso di concepirlo. Talvolta non si decide per niente. Il bambino “si decide” con un’auto-determinazione che non è quella di un soggetto – e di cui mi piacerebbe dire che non sarà mai, forse, quello a cui si ama rinviare quando si pensa ad un soggetto.

Dunque, fuori, volendolo dire semplicemente, “non essere nella consustanzialità o nella co-naturalità di, o con un’altra identità”. Essere fuori non è nient’altro che questo.

In effetti, c’è una difficoltà reale nel determinare se e quando un embrione è un individuo autonomo, che  merita, di conseguenza, il rispetto dovuto a una vita individuale. Bisogna dire che la difficoltà reale deriva dal fatto che dal momento in cui si è al primo stadio di un embrione, si ha un’identità – identità che è allo stesso tempo in formazione e sarà, forse sempre, eternamente in formazione.

Questa identità, che siamo pronti a presentarci come la presenza a sé e in sé della pallina iniziale, fa si che cominci a dividersi moltiplicandosi, in una correlazione interna tale che inizi a svilupparsi secondo delle potenzialità, delle regolarità, che appartengono alla specie di cui fa parte. Quel che siamo pronti a rappresentarci da subito come un’interiorità, in realtà non è che un’esteriorità: “altra cosa” rispetto alle due cellule iniziali, altra cosa rispetto all’insieme organico, cioè alla madre nella quale prende posto.

E’ qui che, interamente raggruppato in questo momento iniziale, il dentro non è quello che è, del dentro, una possibilità del dentro e allo stesso tempo una realtà del dentro (poiché c’è un’interiorità, dei cromosomi, ad esempio) – non è quel che è, non è che il dentro in quanto fuori, in quanto è altro da, “fuori di” tutti gli altri concatenamenti, correlazioni, di tutte le altre organizzazioni di qualsiasi altro organismo.

Cosa vuol dire l’opposizione dentro/fuori? Come tutte le opposizioni, non vale che in quanto opposizione, cioè, come un termine in rapporto all’altro: dentro/fuori, caldo/freddo, uomo/donna…e anima/corpo è la stessa cosa, ma in una maniera ancora più complicata rispetto a quella che rinvia a delle misure esterne.

Dunque, primo punto: un dentro organico è innanzitutto un fuori per tutti gli altri organismi.

È, forse, importante avere una certa coscienza o un sentimento della sua nascita, del concepimento, al di là dei suoi genitori, del suo passato. Questo diviene rapidamente vertiginoso, e lo è proprio! Ricordate la seconda topica di Freud, l’enorme massa di Questo comparata al piccolo me. L’enorme massa di questo è qualcosa che ha del fantastico, niente che possa essere designato come una genealogia, ma qualcosa di enorme, l’umanità intera – “io” sono giusto un puntino, un’escrescenza sulla sua superficie.

Abbiamo preso l’abitudine di separare questa separazione e di chiamarla “anima”, che sarebbe come la faccia interna, il dentro dunque di questo fuori psichico, che sarebbe meno importante, nient’altro che materia, infine polvere, come la chiesa cristiana ripete, del resto a giusto titolo – siamo polvere e ritorneremo polvere… e tra queste due specie di piccole escrescenze che si presenta, si organizza e si anima per sé-stessa.  

Abbiamo preso l’abitudine di separare questa separazione come una forma ideale, inconsistente nel senso materiale del termine e, molto rapidamente, l’abbiamo identificata come “anima”: un’identità, un’individualità, per dirlo con i termini del pensiero moderno, un ego – ego che in latino designa l’autonomia.

Descartes dice “ego sum, ego existo”. Io non dico assolutamente “penso, dunque sono” – questo non è nelle “Meditazioni”, è una formula pedagogica. La vera formula filosofica è “ego sum, ego existo”: io sono, io esisto.

Abbiamo letto male Descartes: abbiamo preso anche l’abitudine di pensare questo “io”, che dice “io sono, io esisto”, come se fosse l’anima, il dentro. Allora, che cos’è che dice Descartes? Descartes impiega i due verbi latini, ego sum, ego existo, usa questo doppio “io sono”, e quando si ha il bisogno di raddoppiare c’è sempre una ragione. Bisogna sapere che Descartes si situa abbastanza vicino al latino scolastico, del pensiero scolastico, per comprendere cosa vuol dire: “existo” significa “io sono realmente, effettivamente nel mondo”.  Forse dà ad “io esisto” lo stesso valore che Heidegger gli vuole dare quando scrive “ek-sister”, essere veramente nel fuori, ecco cosa significa la duplicazione “ego sum, ego existo”.

E’ la proposizione che contiene la presupposizione più stravagante, cioè, che tutto può essere illusorio, niente che ci possa scuotere.  E’ ciò che resta quando dico: tutto può essere illusorio. Quello che non è illusorio: io sono fuori, io sono me stesso, non semplicemente nel fuori, ma il fuori. Io sono qui, fuori. Dicendo “io sono fuori”, non affermo un’interiorità, non sono io, René Descartes, ma tutti possono dirlo – e d’altronde Descartes risponde a qualcuno che gli chiede di provarlo: è un’evidenza così originaria che se non la si ha, non si può fare niente.  Non ci sono delle prove, non è qualcosa che si possa dimostrare. Qualcosa di evidente non si dimostra…

Siamo anche abituati a pensare che Descartes ponga a questo punto la questione dell’anima: che cos’è che io sono: una cosa che pensa – io penso, io sono pensante, dunque, io sono un’anima. Bisogna rileggere a questo riguardo le Meditazioni. Descartes dice: che cos’è una cosa che pensa? E’ una cosa che vuole, che immagina, che concepisce… e l’ultima parola della serie è… e che sente…che sente. Com’è che si sente?

Potete sentire qualcosa senza essere fuori?

Pensare una cosa che pensa è pensare una cosa che è in un rapporto con altre cose, che è in rapporto con il fuori. Sì, si direbbe che l’anima pensante sia ciò che è in rapporto con il fuori… Attraverso cosa si ha un rapporto con il fuori?  …qui, siete già nel corpo. Non potete dire esisto senza che questo esisto non sia per se stesso, intrinsecamente, un corpo.

L’anima di Descartes è più corpo che anima.  Lo dice lo stesso Descartes.

Questo non lo dice nelle Meditazioni, ma nella corrispondenza con la principessa Elisabeth, tuttavia, già nelle Meditazioni ci sono le premesse. Descartes dice che “l’anima non è nel corpo come un pilota nella sua nave” – perché l’anima non c’è!  Eclatante, perché questa storia del pilota e della nave circola spesso nella coscienza comune in modo irriflesso, ambiguo, e infine si è pronti a pensare che proprio l’anima sia come il  pilota di una nave, ma Descartes non lo dice, proprio non lo dice! E quando Elisabeth gli chiede di spiegare un po’ meglio come questo avvenga tra l’anima e il corpo, Descartes dice: “vi chiedo di pensare  all’anima come ad una forma di materia talmente sottile da poter essere diffusa in tutto il corpo.”

Dunque, l’anima di Descartes è materiale.

Questo sorprende. Eppure è “fondamentale”.

D’altronde Descartes aggiunge: la distinzione dell’uomo come essere puramente pensante e come corpo puramente esteso, è una distinzione preliminare, anteriore, che bisogna avere, o che deve essere ben presente – è a questo che le Meditazioni sono consacrate – per comprendere come si possa avere una conoscenza del corpo in quanto esteso, proprio del corpo ridotto all’estensione, dunque ridotto alle figure e al movimento. Del corpo non solamente come oggetto che mi è esterno, davanti a me, ma di un’esteriorità totale. Il corpo esteso è esteriorità, ciò che chiama “partes extra partes”, parti esteriori in rapporto tra loro.

In effetti, si ha dell’esteso quando tutte le parti sono esterne le une alle altre.

Ma Descartes sa molto bene che le parti di un corpo organizzato, per dirla con Aristotele, sono interne le une alle altre. Questa interiorità delle parti di un corpo vivente, di un corpo organizzato, implica nella sua stessa materialità quel che è chiamato ”anima”, cioè a dire, la possibilità di entrare in un certo numero di rapporti con il fuori.

Perché c’è infatti un fuori, il fuori di questo corpo qui – è la separazione di cui ho parlato poco fa…

Ciò che Descartes dice, non è diverso da quello che Aristotele afferma dell’anima come forma di un corpo organizzato. Contrariamente a quello che siamo talmente abituati a immaginarci, non c’è un solo filosofo che abbia detto il contrario. Nessuno… Potete cercare, ricercare, guardare. Spinoza, per esempio. Spinoza, cartesiano da questo punto di vista, che sembra aver anche stabilito una differenza sostanziale tra il corpo e l’anima, lo spirito, Spinoza come Leibniz, d’altronde, e tutti i grandi cartesiani, ciascuno a suo modo, fanno degli sforzi considerevoli, prodigiosi, per trovare il modo di dire almeno che l’anima e il corpo si corrispondono punto per punto. La famosa proposizione di Spinoza che si cita sempre, che piace così tanto alla nostra coscienza moderna, “non sappiamo nulla di ciò che può un corpo” – vuol dire, a ben vedere, “non sappiamo nulla di ciò che può un corpo” poiché niente riesce a pensare sufficientemente fino a che punto un corpo è sempre in una corrispondenza puntuale con un’anima o uno spirito…

C’è tutta una storia di negazione del corpo nella filosofia, che comincia con Platone, con l’affermazione che il corpo è la prigione dell’anima. Sì, certo, ma anche in Platone c’è un motore dinamico del pensiero e del desiderio di saggezza, dell’Eros, e, in effetti, l’Eros platonico è fisico…

La filosofia non ha mai voluto condannare il sensibile, ha voluto comprenderlo – perché ad un certo punto  è diventato incomprensibile. Perché? Nella civiltà che ha preceduto la civiltà greco-romano-judaico-moderna, non ci sono in generale molti problemi che riguardino l’anima e il corpo, pochi problemi riguardanti la sensibilità come un ambito che sarebbe oscuro, confuso, etc. – proprio il contrario.

Ci sono delle culture nelle quali la questione non si pone nemmeno, il sensibile è come tale intelligibile. Si può fare allora un’operazione analoga a quella che ha fatto Levy-Strauss, che ha trovato la magnifica formula di “pensiero selvaggio”: Levi-Strauss spiega che nelle civiltà del mito, a pensiero non scientifico, non razionale nel senso moderno, ciò che chiama appunto “pensiero selvaggio” è un pensiero così ingegnoso, rigoroso, produttivo, operativo, etc., quanto il pensiero razionale, ma che procede in modo completamente diverso. Attraverso il melange di conoscenze empiriche e tramite l’attribuzione di valori mitici o sacri a delle qualità sensibili. Queste sono delle culture nelle quali un corpo è innanzitutto carico di significato, in queste culture il corpo è carico di segni – tatuaggi, deformazioni di labbra, orecchie, e chiaramente di organi sessuali, di segni che rimandano ad un altro portamento o presenza del corpo.

Ma la nostra civiltà, quella della filosofia, appare quando tutto il funzionamento del mito-sacro si dissolve e scompare.

Allora il sensibile è diventato un problema, il corpo è diventato un problema, quando il corpo è diventato, direi, uno schermo. “Che cosa c’è dentro?”, questione che non ha senso in altre culture…

Tendenzialmente, abbiamo dissociato il senso o la significazione del corpo e la sua esistenza… ma, allo stesso tempo, succede che nella filosofia sia stata confutata la prova ontologica dell’esistenza di Dio, in Kant, e si sia confutata anche la possibilità di concepire un ego, un’anima, un soggetto immortale – tre cose contemporaneamente: Dio, anima immortale, mondo come totalità; tre idee metafisiche che sono smontate da Kant. … e a partire da Kant si nota un interesse crescente del pensiero per il corpo, per il sensibile, anche in Hegel.

Notate l’importanza considerevole che Nietzsche accorda al corpo: ritrova la più insistente, la più viva delle esigenze di pensare in funzione di ciò da cui procede il pensiero, cioè dal rapporto con un fuori, fuori di qualcosa che non è pertanto un dentro, qualcosa di cui il dentro non è costituito che dal suo essere fuori. Il vivente in generale è già rapporto con il fuori, e il pensiero non è nient’altro che il fatto di essere davanti al fuori, non dentro rispetto al fuori, ma di porsi come se avesse il fuori davanti. Non c’è pensiero che non sia in rapporto al fuori.

Da cosa comincia un corpo? Che cosa fa la corporeità di un corpo? E’ la membrana, la pelle. Riflettete un po’ su cos’è la pelle…  

Informazioni su Mariarosaria Pranzitelli

Docente di Filosofia Liceo artistico Reggio Emilia - Italia
Questa voce è stata pubblicata in News e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.