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Dare SENSO al mondo… disegnandolo | DESIGN in Orbita – FILOSOFIA

Il concetto di design nel pensiero di Luciano Floridi rappresenta uno dei nuclei più originali e problematici della sua filosofia dell’informazione. Non si tratta di un uso metaforico o tecnico del termine, ma di una categoria filosofica che ridefinisce il rapporto tra azione umana, responsabilità morale e costruzione del mondo digitale e sociale.

Floridi osserva che le società contemporanee non si limitano più a scoprire o interpretare il mondo, ma lo progettano attivamente. Viviamo in un’epoca in cui gran parte della realtà che abitiamo — piattaforme digitali, ambienti informativi, sistemi algoritmici, istituzioni — è artificialmente costruita.

In questo senso, il design non coincide con l’estetica né con l’ingegneria funzionale, ma indica:

  • la strutturazione intenzionale di ambienti di possibilità;
  • la configurazione delle condizioni dell’agire umano;
  • la mediazione tra valori, tecnologia e pratiche sociali.

Floridi parla spesso di design for values: progettare significa incorporare valori (o disvalori) negli artefatti e nei sistemi.

👉 Tesi centrale: ogni design è già una scelta etica, anche quando pretende di essere neutrale.

Nel mondo iperconnesso e post-metafisico descritto da Floridi, non possiamo più affidarci a fondamenti morali assoluti o a codici etici rigidi. L’etica, allora, si sposta:

  • dal giudizio retrospettivo (“chi ha colpa?”),
  • alla responsabilità prospettica (“che tipo di mondo stiamo costruendo?”).

Il design diventa così una forma di etica anticipatoria, che lavora prima del danno, non dopo. È un’etica della prevenzione, non della punizione.

In questo senso, Floridi si distanzia sia:

  • dall’etica kantiana centrata sull’intenzione individuale,
  • sia dall’utilitarismo classico basato sul calcolo delle conseguenze.

Il design etico non ottimizza semplicemente risultati: struttura contesti che rendono alcune azioni più probabili di altre.

Il concetto di design è inseparabile dalla nozione di infosfera, cioè l’ambiente globale costituito da informazioni, agenti informazionali umani e non umani, e relazioni digitali.

Per Floridi:

  • non viviamo nel mondo digitale,
  • viviamo attraverso ambienti informazionali progettati.

Algoritmi, interfacce, architetture delle piattaforme, sistemi di sorveglianza, intelligenze artificiali: tutto questo è design.

E poiché questi sistemi:

  • orientano l’attenzione,
  • modellano le decisioni,
  • influenzano comportamenti collettivi,

👉 il design diventa una forma di potere ontologico, cioè un potere che incide su che cosa può accadere.

Floridi propone una ridefinizione dell’umano:

  • non più solo homo faber (colui che produce strumenti),
  • ma homo poieticus (colui che costruisce mondi),
  • e dunque homo responsabilis.

Progettare significa assumersi la responsabilità delle condizioni di esistenza future, anche per soggetti non ancora presenti (le generazioni future, gli ecosistemi, gli agenti artificiali).

Qui il design assume una dimensione ecologica e intergenerazionale, molto distante dalla logica del profitto immediato o dell’innovazione fine a sé stessa.

Il punto di forza della proposta di Floridi è la sua capacità di:

  • spostare l’etica dal piano astratto a quello operativo;
  • rendere visibile la dimensione morale delle tecnologie quotidiane;
  • offrire un linguaggio filosofico adatto alla complessità del presente.

Tuttavia, una criticità rimane aperta:

il rischio che il design etico venga assorbito da una logica tecnocratica, in cui le scelte morali sono delegate a esperti, progettisti o policy maker, riducendo lo spazio del conflitto, del dissenso e della deliberazione democratica.

La sfida, allora, è chiara:

👉 trasformare il design in una pratica pubblica, riflessiva e politicamente responsabile, non solo in una competenza tecnica.

Nel pensiero di Luciano Floridi, il design è:

  • una categoria etico-filosofica, non solo tecnica;
  • il luogo in cui si incontrano tecnologia, valori e responsabilità;
  • la forma contemporanea dell’agire morale in un mondo progettato.

In definitiva, Floridi ci costringe a riconoscere che non possiamo più chiederci solo “che cosa è giusto?”, ma soprattutto:

“Che tipo di mondo stiamo progettando, e per chi?